La fumaria, in Irlanda, è figlia della nebbia. I contadini di una volta sostenevano che, al mattino, la nebbia che si diradava non lasciasse in realtà i campi. Si trasformava in una pianta dalle foglie grigie come il fumo, così sottili e frastagliate da ricoprire il terreno con il colore evanescente della bruma. E che fosse un’erba strana, lo confermava anche il bestiame, che difficilmente se ne cibava.


Eppure gli allevatori di cavalli la raccoglievano nelle notti di una piena. Perché, se si riusciva a far mangiare alle puledre in allattamento steli di fumaria frammisti al fieno, si sarebbe poi munto un latte magico. Gli irlandesi lo bevevano, centellinandolo come una medicina, e gli attribuivano proprietà diuretiche e ipotensive, per abbassare la pressione arteriosa. Il nome gaelico di quest’ erba è An Camán Searraigh, che significa appunto “bastone del puledro”.
Piccola storia della fumaria
Si tratta di una specie nota sin dall’antichità, forse originaria dell’oriente. Molto amata dai greci e dai latini, era stimata per le sue proprietà terapeutiche già da Plinio, Dioscoride e Galeno. I medici arabi del X secolo l’avevano studiata con attenzione e la consideravano uno dei farmaci principali. Sconsigliavano tuttavia l’uso della linfa fresca, perché irritante per gli occhi: al contatto, lacrimano come capita con il fumo.
Nel Rinascimento cominciò a essere chiamata “fumus terrae”, che significa fumo della terra, perché le sue radici emanano un caratteristico odore di fumo. E il Mattioli, nel XVI secolo, le attribuiva il potere di rendere centenario chi ne bevesse l’infuso tutte le sere, prima di coricarsi.


La sua misteriosa famiglia
Il suo nome latino è semplicemente Fumaria officinalis L. ma l’attribuzione alla famiglia botanica non è così scontata. Per la maggior parte degli autori, è una Papaveracea, anche se assai dissimile dal papavero. Altri – citiamo ad esempio Jean Valnet, che la riteneva “una delle piante migliori” – le hanno creato la famiglia ad hoc delle Fumariacee.
Un ritratto botanico
La fumaria è una specie erbacea ritenuta infestante, che può raggiungere il mezzo metro d’altezza. Predilige come habitat i campi incolti, i fossi, il ciglio delle strade e i vecchi ruderi, sino a un’altitudine di circa mille metri. Ha fusto sottile e assai ramificato, che può essere rampicante. Le foglie sono finemente bipennate e peduncolate.
I fiori, che sbocciano tra marzo e ottobre, sono piccoli, rosati, con l’apice dei petali macchiato di scuro. Sono riuniti in spighe, che ne contengono almeno una ventina ciascuna. Il frutto è un achenio globoso, verde, che ospita un solo seme.


Principi attivi e proprietà terapeutiche
Per la fumaria, tolta la radice, la droga è rappresentata da tutta la pianta essiccata. I componenti principali sono l’alcaloide fumarina, l’acido fumarico, i flavonoidi, i sali minerali (soprattutto nitrito e cloruro di potassio) e le sostanze amare. La presenza di alcaloidi ne suggerisce un uso limitato, magari con cure di quindicina di giorni al mese, da sospendere nelle restanti settimane. Detto questo, è una specie con ottime proprietà. È un tonico che stimola le funzioni organiche, indicato in caso di anemia e convalescenza. Agisce sulla circolazione sanguigna, ammorbidendo le arterie e prevenendo arteriosclerosi e pressione alta. Ha effetti benefici in particolare sulla circolazione sanguigna intestinale e giova per coliti, anche ulcerose, meteorismo, stitichezza ed emorroidi.
È un fantastico depurativo che riduce la viscosità del sangue e lo ripulisce da azoto e urea in eccesso. E poi giova nei disturbi del fegato e della milza, nelle malattie veneree e a chi soffre di vermi e parassiti intestinali. Contrasta l’ittero, lo scorbuto e la scrofola e persino l’insonnia e l’obesità! In uso esterno, con decotto concentrato, schiarisce le lentiggini e lenisce le eruzioni cutanee, come le dermatosi squamose.


L’esperienza del dottor Henri Leclerc
Uno degli studi clinici più interessanti sulla fumaria fu realizzato dal medico francese Henri Leclerc (1870 – 1955), noto per aver creato il neologismo fitoterapia. Egli fece assumere a un folto numero di pazienti succo di fumaria estratto da pianta fresca. Annotò che nei primi otto giorni di somministrazione i globuli rossi dei malati aumentavano in modo importante, per diminuire con crollo netto nei giorni successivi. Lo stesso avveniva a carico dell’apparato respiratorio, prima stimolato e poi subito dopo inibito.
Leclerc concluse quindi che la fumaria è una droga assai utile per brevi periodi di cura, da ripetersi piuttosto a intervalli regolari.


La tisana di fumaria
L’infuso si prepara, come sempre, ponendo due cucchiai di droga essiccata in mezzo litro d’acqua fredda. Si porta a bollore, si spegne, si lascia riposare sotto coperchio per un quarto d’ora, si filtra e si dolcifica, perché la fumaria è amara. Si beve lungo la giornata, come se fosse un tè. Il decotto per impacchi sulla pelle si prepara in modo analogo ma si fa bollire per una decina di minuti e, naturalmente, non si dolcifica.
E chissà che, bevendo fumaria, con tutte le sue virtù, noi non si diventi davvero centenari, come ci ha augurato Pietro Andrea Mattioli!