Il cardamine, che allieta lo sguardo e doma il cuore
Il cardamine allieta con i suoi splendidi fiori lilla la primavera. Appartiene alla famiglia delle Crucifere, che vi stiamo illustrando, e fu classificato da Linneo in modo curioso. Scelse infatti il nome latino di Cardamine pratensis L. facendo riferimento a Dioscoride. Il genere Cardamine racchiude le parole greche car (cuore) e damao (domare).
È dunque la pianta che doma, ossia cura il cuore, secondo la convinzione dei medici del XVIII secolo. L’aggettivo pratensis, che determina la specie, è riferito al contrario al suo habitat, dato che cresce nei prati umidi e lungo i ruscelli.


Una singolare serie di nomi popolari
Siccome cardamine è un nome un po’ aulico e complesso, nel corso dei secoli la pianta è stata chiamata in altri modi, più semplici o bizzarri. Secondo l’erborista inglese John Gerard (1545 – 1612), nelle campagne era detto “fiore del cuculo” (Cuckooflower). Questo perché fiorisce “tra aprile e maggio, quando il cuculo intona il suo canto dolce e acuto”. Si pensava addirittura che la schiuma biancastra di cui la pianta è spesso ricoperta fosse lo sputo del cuculo.
In realtà, è dovuta a un insetto che spesso vi alberga, noto come sputacchina (della famiglia dei Cercopoidei) che nella schiuma protegge le sue ninfe. In Irlanda, invece, il cardamine diviene Lady’s smock, che traduciamo come “grembiule della dama” o come “grembiule della Madonna”, alla cui devozione era legato. E dipendeva dal fatto che la forma del fiore ricordava le camiciole un tempo in uso, soprattutto tra le lattaie.


In Irlanda e nei Paesi germanici
In lingua gaelica, invece, il cardamine prende il nome di Biolar gréagháin, che vuol dire “crescione ornamentale”. Del resto, è una specie affine al crescione, tanto da essere talvolta detto crescione dei prati pure da noi in Italia. Nell’Isola di Smeraldo, è il fiore della Vergine Maria ma non quello delle fate, che s’indispettiscono nel trovarselo di fronte, specialmente se reciso. Secondo tradizione, non doveva mai comparire tra i fiori che le ragazze intrecciavano nelle corone del May Day. Perché le fate capricciose si sarebbero arrabbiate e avrebbero negato il loro intervento propiziatorio nelle pene d’amore.
Analoga fama funesta le viene attribuita nei Paesi germanici. In Austria, si sconsigliava di coglierlo, perché chiunque lo avesse fatto sarebbe stato morso da una vipera prima che si concludesse l’anno. E in Germania c’era la superstizione che il cardamine avrebbe attirato il fulmine nella casa di colui che ne avesse recato con sé un mazzetto.


Una descrizione essenziale del cardamine
È una pianta perenne glabra che, come già abbiamo anticipato, è soprattutto diffusa in paludi e prati umidi dell’emisfero settentrionale. Ha fusto eretto, che raggiunge l’altezza di 60 centimetri. Le larghe foglie lobate sono riunite in numero di 3-11 in una rosetta basale; altre, più piccole e strette, ovato-arrotondate, si trovano lungo il fusto.
I fiori, che sbocciano tra aprile e giugno, hanno diametro fino a 2 centimetri e la disposizione a croce dei 4 petali caratteristica per le Crucifere. Sono riuniti in infiorescenza a spiga e il loro colore varia dal rosa pallido al lilla cupo. I frutti sono silique lisce, allungate e ascendenti, con evidente picciolo e corto becco all’apice: a maturazione, si aprono a scatto, liberando i semi bruni. Conviene sempre identificare in natura il cardamine ricorrendo al prezioso aiuto delle chiavi botaniche, anche perché non è specie troppo frequente.


Il cardamine in fitoterapia
Guardato con sospetto nell’antichità e nel Medioevo, il cardamine è stato riscoperto come specie fitoterapica con lo studio dei suoi principi attivi. Contiene infatti il glicoside glucococlearina, la vitamina C e diversi composti organici solforati, tra cui la gliconasturzina. Quest’ultima – propria del crescione – idrolizzata dalla mirosina prodotta in speciali cellule, si scinde in glucosio, solfato acido di potassio ed essenza di senape feniletilica. Quale droga medicinale, s’impiega la pianta fresca, utile per depurare il sangue e a chi soffre di reumatismi e scorbuto. È inoltre prescritto dai medici omeopatici in caso di crampi allo stomaco di origine nervosa.
La tisana casalinga, che non sostituisce mai le cure mediche in corso ma le affianca come bevanda alimentare, si prepara nel modo consueto. Si pongono due cucchiai di pianta tritata in mezzo litro d’acqua fredda, si porta a bollore e si spegne subito. Dopo aver lasciato in infusione per una decina di minuti, si filtra e si dolcifica a piacere. Si beve lungo la giornata al posto del tè ma non è molto gradevole perché ha un sapore piuttosto amaro. C’è chi preferisce mangiarne le foglie crude in insalata. È tuttavia un’insalata tanto aspra da far storcere il naso persino alle dispettose fate irlandesi.


Foto di copertina da Pixabay
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