Sanremo 2026, the day after: canzoni, look e curiosità di un Festival… accussì!

Se devo raccontare la mia esperienza personale di questa settimana festivaliera, non posso che gongolarmi in un giudizio più che positivo perché mi sono davvero divertita. Insieme a Lele Boccardo, abbiamo avuto una settimana strepitosa fatta di dirette radiofoniche pomeridiane e di piacevoli incontri.

Dalla splendida vetrata dell’Hotel Mediterranee Cucina e Mare di Sanremo, con vista sul porto e sulla Costa Toscana, ogni giorno, insieme a Trilly, a Beatrice e alla carismatica Pink Editor Michelle Marie Castiello (il deus ex macchina del grande progetto Rid968 e Pink House in Sanremo), abbiamo trasmesso in maniera totalmente libera e creativa nel nostro programma Sempre + in ZetatielleSpeciale Sanremo” e accolto ospiti e curiosi che sono venuti a trovarci nella bellissima Pink House di Rid 968, uno spazio “alternativamente unico”, che dalle 11 del mattino fino alle 17 vi ha tenuto compagnia con tante interviste e tanta musica.

Come ogni anno, pass al collo, abbiamo anche lavorato in sala stampa Lucio Dalla, sdoppiandoci così tra le attività editoriali e quelle radiofoniche. Il risultato è stato arrivare ad oggi con tanta energia e tre chili di meno, il che non guasta.

Il “mio” Sanremo “Top” è questo e ringrazio Dio e la Rai per avermi dato la possibilità di vivere emozioni ed esperienze che solo Sanremo ti dà. Perché il vero Festival è quello che si vive nel cuore, a prescindere dalla gara.

Detto ciò, parliamo di quello che ho invece percepito dallo show.

Lunedi, primo giorno: prove generali

Arrivare a Sanremo significa immergersi in un ecosistema a sé, fatto di corridoi affollati, microfoni che gracchiano e badge appesi al collo come medaglie da sopravvivenza. Quest’anno, però, l’Ariston mi ha accolto con un silenzio creativo che sapeva più di aula di attesa che di tempio della musica italiana. Le canzoni in gara hanno sfilato con una compostezza esasperante: archi e batterie studiati con precisione chirurgica, ritornelli prevedibili come cartelli stradali, melodie già ascoltate e riascoltate.

Ho annotato più volte, incredula, titoli di hit famose accanto a quelli in gara: in almeno due o tre casi, la linea melodica non lasciava spazio a dubbi, era identica. Non si trattava di omaggio, ma di … “assonanze”, dichiarate con disinvoltura, e ogni volta ho appuntato il nome dell’originale sul taccuino con un misto di ironia e sconforto.

Ma di questo ne ho già scritto qualche giorno fa (leggi qui l’articolo Canzoni Sanremo 2026: chi ha copiato e cosa?) e vi sfido a smentirmi.

L’Ariston funzionava tecnicamente, tutto era perfetto in scaletta e tempi televisivi, ma l’energia, quella scintilla che rende un Festival memorabile, si è persa da qualche parte tra palco e retrobottega. Ed eravamo solo a lunedì.

Tutti cantano Sanremo (ma anche no)

Lo slogan del Festival, “Tutti cantano Sanremo”, prometteva una partecipazione collettiva che nella pratica si è rivelata tragicomica. Nel teatro, ogni sera, il pubblico pagante (forse) era invitato a intonare una canzone bandiera della musica italiana. Risultato: applausi imbarazzati, note cantate a metà, sospiri di rassegnazione, e un generale senso di obbligo più che di entusiasmo. Ne avremmo fatto volentieri a meno, perché lo slogan non si fermava lì: fuori dal teatro, tra vicoli e piazze della città dei fiori, oltre agli artisti da strada che sono il colore della settimana festivaliera, si sprecavano i locali e i dehors con karaoke di fortuna che invitavano a cambiare volentieri marciapiede, se non strada, se non città.

Karaoke che anche l’Eurospin, sponsor del Festival (per l’occasione, ha aperto un punto vendita all’interno del Palafiori), ha pensato bene di allestirne uno nella hall centrale del Palafiori.

Il risultato complessivo? Una festa che voleva essere popolare ma finiva per essere surreale, con un’eco involontariamente comica e, anche qui, di cui potevamo tranquillamente fare a meno.

Ma torniamo dentro l’Ariston ed entriamo nel vivo delle cinque serate.

Siparietti comici che non fanno ridere

Trenta canzoni non sono poche e, malgrado il rigore svizzero di Carlo Conti nel tenere fede al palinsesto, se la matematica non è un’opinione, 3 per 30 fa comunque 90, che diventa 6 x 90 tra l’annuncio, la discesa dalle scale, la lettura dell’elenco telefonico degli autori dei brani e qualche gaffe in diretta della Pausini nazionale. Risultato della moltiplicazione: 180 minuti per tre serate (la prima, quella delle cover e quella del sabato). E allora, vuoi non metterci qualche pausa comica che dia “respiro” alla musica? Anche qui la risposta dovrebbe essere un sonoro “si”, ma quest’anno, Lillo a parte che è stato stre-pi-to-so, Carletto ha “ciccato” di brutto.

Il varietà dovrebbe alleggerire la tensione, offrire un respiro tra un brano e l’altro. Gli ospiti “comici” sono stati patetici siparietti, alcuni mal riusciti, come quello di Virginia Raffaele e Fabio De Luigi. E, a proposito di comicità, vorrei tanto che qualcuno mi spiegasse l’inutilità di Nino Frassica e di Alessandro Siani. Entrambi hanno lasciato a casa la spontaneità e mancava solo più che le leggessero direttamente le battute: nessuna scintilla, zero improvvisazione. Al confronto, l’effetto surreale dei karaoke improvvisati fuori dal teatro risultava infinitamente più divertente.

Ospiti e co-co-co

Saltato il contratto con Pucci, mi domando se Nino Frassica sia stata davvero la miglior cartuccia da sparare, ma ne abbiamo già parlato, per cui passerei oltre e mi concentrerei sui co-co-co conduttori e conduttrici che, a mio avviso, hanno davvero fatto un buon lavoro. Bellissime, bellissimi, bravissime, bravissime. E tra i conduttori, vogliamo parlare di Can Yaman?

State calme e non cominciate con le vampate di calore, perché, sinceramente, mi toglierei un sassolino dalla scarpa riguardo la sua performance in Sandokan. Vedere Kabir Bedi – anche a ottanta anni suonati – vicino al super palestrato turco, francamente, fa ancora la sua santa figura e vorrei sottolineare quanto sia stato signore nel dire elegantemente al suo “successore” che la serie TV rivisitata e corretta sia stata una cagata pazzesca.

Il premio “Superospite” va a Tiziano Ferro. Standing ovation, per tutto il resto, c’è Mastercard.

Outfit e look

Non sono esperta del settore, tant’è che ogni sera, sulle nostre colonne, Pablo Gil Cagnè ha commentato gli outfit del Festival con un’ironia affilata come un bisturi sartoriale (trovate tutti gli articoli nella sezione lifestyle).

Comunque, anche una profana come me non ha potuto fare a meno di notare alcuni particolari riguardo gli abiti e il make-up scelti dagli artisti.

La prima sera, la front woman delle Bambole di Pezza è salita sul palco con l’abito di Anna Tatangelo, preso direttamente dal suo guardaroba: non una “interpretazione”, e non si può neanche parlare di “richiamo stilistico”: l’abito era esattamente lo stesso. Una gaffe clamorosa, subito colta dai più attenti della moda, che ha regalato sorrisi ironici e incredulità agli osservatori più esperti.

Poi c’è stato il poncho di Dargen D’Amico, probabilmente rinvenuto nei polverosi archivi della Rai, sezione “Carosello”, quando i Merenderos cantavano “Miguel son sempre mi”: un capo tra nostalgia e assurdità, più adatto al Festival dell’Unità che a un palco nazionale.

Presagi, previsioni e visioni futuristiche

Ma il vero colpo d’occhio, almeno per me, è arrivato con l’abito giallo limone di Laura Pausini: il taglio stesso, perfettamente calibrato, richiamava gli outfit ormai storici di Iva Zanicchi. Ho avuto una sensazione di “presagio”, quella che a volte capita di provare e vi fa dire “sento che…”, e il fatto che a metà serata si togliesse i tacchi per indossare ciabatte più comode, ha trasformato la “sensazione” in quasi assoluta “certezza”: tra una ventina d’anni sarà lei “l’Iva nazionale” che senza peli sulla lingua dirà alle future conduttrici dove devono metter(si) il microfono.

canzoni sanremo 2026 - laura pausini con un abito lungo giallo limone

E se la Pausini si è permessa le ciabatte, Raf è arrivato addirittura in pigiama. La scelta del velluto dava più l’impressione di una giacca da camera che di uno smoking da prime time. 

Per il resto, abiti usciti da produzioni Disney a parte – quelli di Serena Brancale e Arisa (con annessa colonna sonora) – è stata una sfilata di cosplay, dal look di Ditonellapiaga per arrivare a Maria Antonietta e Colombre.

La cosa più inguardabile? Il papillon di Sal Da Vinci dell’ultima serata. Per citare il nostro Pablo Gil Cagné: ”Peccato che lo spezzato bianco e nero rimandi involontariamente all’estetica del cameriere di un celebre bar napoletano: elegante sì, ma con un’immagine fin troppo ‘di servizio’”.

A chiudere questa parentesi, l’unico abito che indosserei (fossi ancora una taglia 40) è quello della prima sera di Patty Pravo. Una favola.

Per sempre..No!

E con questo, ho dato anche il mio parere sulla canzone vincitrice. Continuo a sentire che ha vinto la canzone napoletana, bandiera dell’Italia nel mondo. Ma credo di trovare pareri favorevoli tra chi la conosce bene e la suona che, quella che ha vinto a Sanremo, ben poco abbia a che fare con la canzone napoletana. Non basta un accento napoletano e un “accussì” buttato lì alla fine per parlare di “canzone napoletana”.

Il fatto che sia l’ennesimo reggaeton che farà impazzire (anzi che sta già facendo impazzire) tutte le separate del corso di zumba, tutti gli aficionados dei balli di gruppo, i tamarri dei clubbing dei Murazzi, e lo stivale da Mondragone in giù, non giustifica il titolo di “canzone napoletana”. E poi, a dirla tutta, a parte la mia genetica avversione verso questo genere musicale – il reggaeton – i richiami a “Se bruciasse la città” di Massimo Ranieri mi tengono definitivamente lontana dall’apprezzare il brano e godere della sua vittoria.

Intanto, oggi, tutti cantano accussì.

Sopravviverò anche a questo.

Bilancio finale

Non posso non concludere dicendo che comunque vada, il Festival di Sanremo è sempre un successo. Lo share che ha tardato a decollare è poi volato nelle due serate finali, Carlo Conti è stato comunque un impeccabile padrone di casa, il programma ha dato spazio ad argomenti di utilità pubblica, ha doverosamente sensibilizzato su tematiche sociali e ha mantenuto il suo primato di “manifestazione canora dell’anno”.

Un plauso particolare a tutto lo staff RAI che, ogni anno, permette a noi giornalisti di godere, da un punto di vista privilegiato, di un evento di questa portata, organizzandolo sempre in modo impeccabile e preciso.

Grazie Rid 96.8!

Personalmente ringrazio – e lo faccio davvero con il cuore – Michelle Castiello, editrice e CEO di Rid 968 – Radio Incontro Donna per la fiducia che ci ha dato, per l’accoglienza calorosa e per l’amicizia che si consolida sempre di più, occasione dopo occasione. Ringrazio Trilly per l’egregio lavoro di regia che ha svolto con impeccabile professionalità e malgrado le difficoltà tecniche del caso. Ringrazio Beatrice per tutto il supporto morale e tecnologico che ci ha dato per realizzare tutta la parte social, e tutti gli ospiti che abbiamo avuto, a partire da Alma Minghi a Roberto Fazioli, passando per Roberta Savona, Manuel Negro, Enrique Balbontin e il nostro Gae Capitano.

Da sinistra a destra Lele Boccardo, capelli brizzolati, camicia rosa, al centro Michelle capelli biondi lunghi indossa occhiali da sole e giacca fiorita, A destra Tina Rossi capelli ricci neri indossa una camicia chiara

Grazie Zetatielle team!

Per quel che riguarda la mia redazione, non posso non stendere un tappeto rosso da qui a Sperlonga per Antonio Di Trento, insostituibile e indispensabile amico e collaboratore (lo paragonerei un pò al grillo di Pinocchio, perchè ha sempre il consiglio giusto al momento giusto) e Gae Capitano che è stato nostro gradito ospite in collegamento telefonico.

Poi, ringrazio Pablo Gil Cagné la new entry della sezione Lifestyle che, con la sua prestigiosa esperienza, ha portato un valore aggiunto ai nostri contenuti. Un particolare grazie anche Francesca Lovatelli Caetani, che ha realizzato dei servizi molto interessanti che potete trovare sul nostro canale youtube, ma soprattutto ringrazio Lele Boccardo per avermi sopportato ancora una volta in questa avventura.

Infine ringrazio tutti coloro che ci seguono, che apprezzano il nostro lavoro e condividono la nostra passione per la musica e per l’informazione.

Per quel che riguarda il Festival di Sanremo, ci rivediamo il prossimo anno con Stefano De Martino (che Dio ce la mandi buona…)

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Tina Rossi
Tina Rossi
(a.k.a. Fulvia Andreatta) Editrice. Una, nessuna e centomila, il suo motto è “è meglio fingersi acrobati, che sentirsi dei nani” Dice di sé:” Per attimi rimango sospeso nel vuoto,giuro qualche volta mi sento perduto, io mi fido solo del mio strano istinto, non mi ha mai tradito, non mi sento vinto, volo sul trapezio rischiando ogni giorno, eroe per un minuto e poi...bestia ritorno...poi ancora sul trapezio ad inventare un amore magari...è solo invenzione, per non lasciarsi morire...”
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