Devo ammetterlo: questa edizione di Sanremo mi ha lasciato un retrogusto amaro.
Per carità, abbiamo sentito belle canzonette e visto il ritorno di chi, finalmente, sa cantare. Ma nell’insieme resta il senso di un divieto di sosta dell’anima. Un limite invalicabile dove la scrittura, invece di farsi destino, ha finito per farsi puro packaging: una scatola lucida, rifinita con nastri di seta e grafiche accattivanti, che però una volta scartata non contiene nulla. È questa la vera delusione: l’aver assistito, impotenti, alla fiera del vuoto musicale.
Se guardi il panorama attuale, ti accorgi che andare oltre i tre accordi o superare il vocabolario di un quindicenne annoiato è diventato un atto di resistenza clandestina. È il tempo dell’economia dello skip: abbiamo la soglia di attenzione di un pesce rosso e un cervello guidato da un algoritmo che non cerca la sorpresa, ma il comfort food. Ci hanno educato ad accontentarci.
Ma c’è di peggio. Se analizziamo questo Festival dal punto di vista letterario, ci troviamo di fronte a uno dei momenti più bassi della sua storia. Non parleremo di “testi”, sarebbe un termine troppo nobile. La verità è che abbiamo ascoltato una collezione di temi delle elementari, con rarissime eccezioni paragonabili, al massimo, a una tesina delle medie. C’era l’intenzione, forse, ma non il risultato; un tentativo goffo di dire qualcosa di più, rimasto impigliato in una povertà lessicale desolante.
È in questo vuoto di bellezza – dove le uniche eccellenze sono state i direttori d’orchestra, i professori musicisti e la sublime qualità audio – che dobbiamo leggere il resto.
La Geometria del Successo
Sanremo è sempre stato un Circo Barnum, ma aveva le sue regole non scritte.
Avevamo avuto un precedente, un segnale premonitore: quell’Occidentali’s Karma che, pur ballando, riusciva a graffiare la superficie, e che rubò il podio a una dea come Fiorella Mannoia, lasciando presagire la tendenza culturale che ci ha condotti fin qui. Ma c’era una differenza fondamentale. Il testo di Gabbani, firmato da Fabio Ilacqua, era magnifico, di grande levatura letteraria. Al di là dell’aria spensierata e della scimmia nuda, c’era uno spessore artistico notevole, meno serioso ma profondissimo. C’era, insomma, dell’Arte.
Oggi, invece, quest’arte non sembra essere più necessaria: tutti copiano tutti e nessuno è più scandalizzato.
Una volta si poteva parlare di una gara. O almeno della sua illusione romantica. Oggi sarebbe meglio parlare di una sfida dove tutti i trucchi sono cercati e accettati. Non esiste più un codice d’onore, tutto è prostituito per sopravvivere nel mercato. Unica regola, cercare di restare a qualunque costo.
La verità è cruda: molti degli interpreti ascoltati sembrano aver smarrito la differenza tra il talento necessario a calcare un palco storico e la semplice capacità di esibirsi in una serata al karaoke sotto casa, finendo per occupare un posto che Sanremo avrebbe dovuto difendere con più rigore e lasciare ad altri artisti meritevoli.
Una volta esisteva una distanza. I pezzi popolari sono sempre esistiti, pensate a L’italiano di Toto Cutugno, a Sarà perché ti amo dei Ricchi e Poveri, a Gianna di Rino Gaetano. Erano una terra di mezzo tra il Gesto Artistico che vinceva e il Canto del Popolo che restava. Il Merito si prendeva il podio, il Popolare si prendeva l’eternità.
Ma quest’anno la linea di confine è evaporata. Siamo entrati nell’epoca della coincidenza assoluta.
Il pubblico non accetta più deleghe: non vuole essere rappresentato da una giuria, vuole che il proprio pensiero diventi legge. Il trionfo di Sal Da Vinci – complici i meccanismi opachi dei voti – sancisce esattamente questo: la fine del dualismo. Vince chi ha già vinto nel cuore della gente. È la vittoria della Verità sulla Forma, ma è anche la perdita di quello scarto magico che ci permetteva di distinguere: ‘Ha vinto la canzone migliore, anche se la mia preferita è un’altra‘.
Quella che appare come una conquista democratica è, in realtà, un inganno. Se Sanremo abdica al ruolo di palcoscenico per le eccellenze per assecondare logiche di mercato, finirà col ridursi a una vetrina blindata: un monopolio di poche major, quest’anno appena tre, e di una cerchia ristretta di autori. Professionisti capaci di firmare a quattordici mani un brano mediocre; un paradosso che resta, a suo modo, un’impresa complessa. Proporrei un premio della critica per il maggior numero di autori che creano un unico brano brutto.
Sanremo è diventata una sorta di ricca festa privata, mascherata da concorso democratico. Una festa che paghiamo noi, naturalmente, in tutti i sensi. Solo alzando l’asticella la musica può sperare di tornare a crescere; altrimenti, ci resterà solo il luccichio della confezione in questa desolante fiera del vuoto musicale.
Siamo tutti contenti per la rivincita professionale di un artista onesto, un uomo che ha costruito con coerenza il suo universo musicale, come Sal. Ma forse il palco della presunta canzone italiana si è rivelato nuovamente un mercatino dell’usato. Perché quando i brani diventano un patchwork di altre melodie, un collage di frammenti rubati persino agli anni Sessanta, non siamo di fronte a una citazione colta, ma a un riciclo senza anima.
Il Festival della Canzone Italiana dovrebbe essere il luogo che protegge e incentiva l’Arte; vederlo ridotto a una vetrina dell’usato suggerisce che, forse, abbiamo smesso di ambire allo spessore che ci meritiamo.


Corpi e Assenze: La quota maschile
Alla fine, lo spettacolo si è rivelato una questione di corpi e di assenze.
La quota maschile è scivolata via, quasi inesistente. Abbiamo visto Sayf, un bel personaggio ma con un brano senza spina dorsale che scimmiotta in modo noioso il mondo latino, tallonato dall’illusione di Fulminacci: il miglior testo sulla carta, tradito però da un inciso che chiedeva scusa al mainstream, con una costruzione melodica copiata da Ancora di Eduardo De Crescenzo, Sanremo 1981 (sic!). Proprio lui, che arrivando dall’indie doveva portare la rivoluzione.
In questo scenario si sono mossi i Mestieranti: dai vari figli d’arte con poca arte, a Francesco Renga passando per J-Ax. Impiegati del pentagramma che timbrano il cartellino occupando spazi di chi aveva davvero qualcosa da urlare. Persino Ermal Meta – autore ricercato – è rimasto impigliato in un calco latino già sentito mille volte, un brano costruito su cliché da musica da sala da ballo, mentre Tommaso Paradiso, Raf, Fedez e Marco Masini hanno esibito un mestiere solido che resta, però, lontano da quello che ci aspetteremmo da loro.
La carne dell’Arte: Le Donne
L’Arte, quest’anno, ha avuto una voce femminile.
Sorvolando su Elettra Lamborghini – che se non altro ha prestato al palco la sua bellezza televisiva – e sulle simpatiche Bambole di Pezza, una solida realtà dei circuiti indipendenti, con un pezzo gradevole, anche se assemblato anche lui con un collage di brani esistenti, abbiamo ammirato una Patty Pravo che ha messo in campo una classe d’altri tempi, certo, ma intrappolata in un brano costruito, ambizioso e irrimediabilmente antico. Maria Antonietta e Colombre hanno tentato la carta dell’uscita dall’anonimato con un motivetto che ammicca al pop rassicurante alla Al Bano & Romina o Coma Cose, quest’ultimi che – ormai ricchi dal successo commerciale di Cuoricini – hanno finalmente messo un punto alla loro onnipresente e inspiegabile sequenza di partecipazioni sanremesi.
La vera scossa tellurica è stata Serena Brancale.
Ha portato sul palco quello che quasi nessuno riesce oggi ad essere: una sintesi perfetta. Formazione accademica, presenza scenica, voce che domina lo spazio e una cultura musicale che trasuda da ogni semitono. Avrebbe dovuto vincere lei.
Non perché Arisa, con la sua voce unica e la sua eleganza naturale, o Malika Ayane, più spensierata in questa nuova veste, fossero da meno, ma perché Serena ha incarnato la capacità di reinventarsi restando viscerale, con una canzone, onesta – anche se non epocale- che si muove su terreni musicali in equilibrio tra una semplicità popolare, immediata, e sfumature ricercate, per intenditori.
Accanto a lei, abbiamo visto Mara Sattei cercare una nuova pelle, con una esecuzione splendida nei ritornelli nonostante strofe un po’ afone, e DitonellaPiaga rivelatasi bravissima, e che ha meritatamente conquistato il posto mediatico che spetta al suo personaggio. Anche lei indossando un brano ben costruito ma che peccava di un déjà-vu stilistico troppo simile -spudoratamente simile – a qualche brano già esistente.
Perché il plagio e le citazioni non esistono più: elementi sdoganati, assolti e rimpiazzati da un riciclaggio infinito.
Il Bacio
Ma poi, c’è stato un momento preciso. Un’oscillazione diversa. È arrivata Levante.
Mentre intorno tutto cercava la via più breve, lei ha scelto la via impervia, sfidando prima di tutto se stessa. Ha portato un gioiello che non chiede permesso: una melodia ambiziosa che si muove su scale coraggiose e un testo che è una confessione nuda, forse l’unica vera sfida intellettuale letteraria di questo Festival.
C’è una bellezza, nella sua esibizione, che non ha bisogno di essere gridata per farsi sentire. È uno stampo autorale forte, un sigillo marcato a fuoco che non cerca il consenso immediato, ma punta dritto al tempo. La sua è stata una performance da grande interprete, di un livello professionale altissimo proprio perché trattenuto, solido, privo di sbavature spettacolari ma denso di sostanza. Ha scelto di dare voce a qualcosa che non scivola via, qualcosa che resta.
La massa ricorderà il bacio scenografico scambiato con Gaia, quel gesto da rotocalco che si consuma nello spazio di un post, pronto a essere dimenticato al prossimo scroll. Ma chi ha orecchie per sentire sa che il vero bacio è stato un altro. È stato quel bacio sonoro, tecnico e struggente, che Levante ha posato sulle labbra di un pubblico distratto, che non sapeva di averne bisogno.
E – mentre Serena Brancale ci guardava dal centro della scena, ricordandoci cosa significa essere, per davvero, un’Artista – due donne distanti, due strategie opposte, due visioni differenti, hanno lasciato il segno, quello vero, che il tempo nobiliterà, in questa edizione.
Le classifiche, le polemiche, e questa strana abitudine di pesare la bellezza solo se ha un’etichetta col prezzo – spariranno, e quello che resterà di questo Sanremo sarà solo l’eco di poche note giuste in mezzo a tanto rumore del vuoto.
È il paradosso di un libro sfogliato troppo in fretta: ci restano negli occhi i colori delle illustrazioni, ma nulla impresso nella memoria. Abbiamo guardato le figure e trascurato le storie.
Perché Sanremo è Sanremo. O forse neanche più quello.
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