Ho aspettato qualche giorno prima di scrivere queste righe. Non per mancanza di parole, ma per il bisogno di lasciare che la notizia trovasse un suo posto dentro i ricordi. Paki Canzi non è stato solo la voce dei Nuovi Angeli e di una stagione felice della musica italiana: per chi lo ha incontrato davvero è stato soprattutto una persona capace di lasciare un segno umano, prima ancora che artistico.
Paki Canzi era una presenza viva, una voce e un volto che hanno segnato una stagione irripetibile della musica italiana. Una di quelle presenze discrete ma luminose che, una volta incontrate, restano nella memoria con una chiarezza sorprendente.
Per molti resterà per sempre il fondatore e l’anima dei Nuovi Angeli, il gruppo che tra la fine degli anni Sessanta e i Settanta seppe conquistare il pubblico con un repertorio capace di mescolare leggerezza, ironia e una naturale vocazione melodica. Canzoni come Donna Felicità, diventata un vero e proprio tormentone dell’epoca, oppure Singapore, e ancora Uakadì Uakadù, raccontavano un’Italia che aveva voglia di sorridere e cantare insieme. Brani che, dietro l’apparente semplicità, custodivano quella qualità rara delle melodie destinate a durare.
Donna Felicità
Con i Nuovi Angeli, Paki Canzi ha contribuito a costruire una pagina significativa del pop italiano. Era un periodo in cui la musica leggera aveva ancora il sapore dell’artigianato: si suonava, si viaggiava, si incontrava il pubblico nelle piazze e nei teatri, creando un rapporto diretto, autentico. La voce di Paki, riconoscibile e piena di carattere, è diventata presto uno dei simboli di quella stagione.
Eppure, al di là del successo discografico e televisivo, ciò che colpiva di lui era la naturalezza con cui viveva il mestiere di musicista. Non c’era mai compiacimento, né distanza: solo la gioia semplice di fare musica e condividerla.
Singapore
Ho avuto la fortuna di incontrarlo e frequentarlo nel corso degli anni, spesso in contesti lontani dai riflettori. Ma uno dei ricordi più vivi risale a qualche anno fa, al Palafiori di Sanremo, durante i giorni del Festival. Non ci vedevamo da parecchio tempo. Eppure, bastarono pochi secondi perché quella distanza svanisse: ci ritrovammo a parlare come se l’ultimo incontro fosse stato il giorno prima.
Era una delle sue qualità più belle: la capacità di mettere immediatamente a proprio agio chi aveva di fronte, con quella naturale cordialità che non era mai di facciata. Con Paki non esistevano barriere, né formalità inutili.
Paki Canzi
Paki apparteneva a una generazione di musicisti che credevano profondamente nella forza della canzone: non come prodotto, ma come racconto condiviso. Le sue melodie portavano con sé un pezzo di quell’Italia che sapeva ancora cantare insieme, senza cinismo, con una leggerezza che non era superficialità ma gioia di vivere.
Eppure, al di là dei ricordi musicali, ciò che resta più vivido è il ricordo umano. Il sorriso, prima di tutto. Un sorriso mai costruito, mai di circostanza. E poi quel modo di ascoltare gli altri con attenzione autentica, qualità sempre più rara.
Quando scompare un artista, restano le canzoni. Quando scompare una persona come Paki Canzi, restano anche i momenti condivisi, le conversazioni, i piccoli frammenti di vita che improvvisamente acquistano un valore ancora più grande.
Oggi il ricordo si mescola inevitabilmente alla gratitudine. Gratitudine per la musica che ci ha lasciato, certo. Ma soprattutto per l’esempio di umanità, eleganza e passione che ha saputo incarnare.
Le sue canzoni continueranno a risuonare, leggere e luminose come lo erano allora.
E ogni volta che torneranno nell’aria, sarà impossibile non pensare anche all’uomo che le ha portate con tanta naturalezza nel cuore di chi le ha ascoltate.
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La foto di copertina è di Tina Rossi Photographer.


