La pidocchiara: vittima di remote credenze o erba cattiva per davvero?
La pidocchiara è un’altra specie della famiglia delle Scrofulariacee che di recente è stata attribuita alle Orobancacee. Chi vi scrive, illustrandovi da settimane le Scrofulariacee, nutre qualche dubbio sulla moderna classificazione. Sebbene riguardo alla pidocchiara ci potrebbe essere una minima giustificazione in più, rispetto ad esempio alla già trattata eufrasia. Sì, perché la pidocchiara è un’erba parassita a tutti gli effetti, come lo sono le Orobancacee, anche se verde e provvista di clorofilla.
Il fatto che sia una pianta parassita non ce la rende molto simpatica. Le sue radici sono piccoline e atrofiche. Sono molto svelte, però, nell’attaccarsi alle radici di altre piante, per succhiarne acqua e sali minerali, arrecandovi un grave danno. La classificazione botanica ci propone in particolare due specie affini: Pedicularis palustris L. e Pedicularis sylvatica L. In entrambe, il genere Pedicularis deriva dal termine latino pediculus, ossia pidocchio. Questo perché gli antichi pastori erano convinti che la pidocchiara trasmettesse in qualche modo i pidocchi alle pecore e agli animali domestici in genere. E i medici del Medioevo e del Rinascimento davano loro ragione.


Meglio i pidocchi della Fasciola hepatica!
Gli studi scientifici hanno senz’altro assolto la pidocchiara dall’accusa di essere un dispenser di pidocchi. Tuttavia, non è una pianta così innocente perché, proprio come il crescione o altre erbe palustri, offre asilo alle larve della terribile Fasciola hepatica.
Si tratta di un verme parassita che attacca e distrugge il fegato delle pecore. E ciò avviene quando gli ovini, che brucano la pidocchiara, ne ingeriscono le larve, permettendo poi al verme stesso di svilupparsi nel fegato. Per essere più precisi, sono piccole lumache, a loro volta invase dalla Fasciola hepatica, a portare le larve sulla pidocchiara.


Il “sonaglio rosso” delle torbiere irlandesi
Entrambe le specie che vi abbiamo indicato sono autoctone in Irlanda ma è meno diffusa la Pedicularis palustris L., che si trova sporadica nelle torbiere. È conosciuta con il nome gaelico di Milseán móna, che significa “dolcezza di torba”, definizione assai più poetica della nostra pidocchiara. Questo perché con i suoi fiorellini rosa ingentilisce i terreni mori e acquitrinosi da cui si estrae tale combustibile.
Ma è più nota con il soprannome di Red rattle, ovvero “sonaglio rosso”, perché i suoi frutti, quando seccano, diventano sonori come maracas. I semi, infatti, si distaccano dalle pareti della capsula, che induriscono a maturazione, e sbattono liberi se il vento o una mano di bambino li agita. Il nome irlandese della più comune Pedicularis sylvatica L. è invece Lus an ghiolla, che traduciamo come “pianta del devoto”. Con le sue spighe fitte di fiori rosa, nelle campagne si facevano mazzolini da recare alla cappella del santo cui chiedere una grazia speciale.


Una piccola descrizione botanica della pidocchiara
Le due specie di pidocchiara che vi abbiamo anticipato hanno caratteristiche analoghe e, allo stesso tempo, numerose differenze. Condividono il medesimo habitat, perché prediligono i prati umidi, i terreni acidi, gli acquitrini e le paludi. Sono ambedue glabre, con fusti fioriferi eretti e con foglie simili, piumose, perché divise nettamente in lobi dentati che assomigliano a loro volta a foglioline. Per essere più chiari, ricordano piccole foglie di felce. I fiori sono zigomorfi, com’è proprio delle Scrofulariacee, e bilabiati, con calice cilindrico. Il labbro superiore è stretto, cupuliforme, con 4 piccoli denti sul margine, nella parte apicale. Quello inferiore, al contrario, è più ampio e suddiviso in 3 lobi evidenti. Il frutto è una capsula allungata e appiattita, che contiene piccoli semi bruni, dal tegumento reticolato.
E adesso veniamo alle difformità. La Pedicularis palustris L., che, a differenza dell’Irlanda, in Italia è fra le due la specie più frequente, è annuale o biennale. È alta sino a 60 centimetri e, fra le altre erbe, abbastanza vistosa. Il fusto è rossastro, ramificato alla base, con fiori rosa acceso distanziati e posti all’ascella di rametti e foglie. Sbocciano tra maggio e settembre. I semi sono ovali. All’opposto, la Pedicularis sylvatica L. è perenne, con numerosi steli che si diramano dalla radice. E non supera i 25 centimetri di altezza. Solo i fusti fioriferi sono eretti, mentre gli altri sono striscianti. I fiori, che sbocciano tra aprile e luglio, sono rosa tenue e riuniti in dense spighe. I semi, infine, sono un po’ più piccini e reniformi. Per entrambe le specie di pidocchiara bisogna sempre ricorrere all’indispensabile strumento delle chiavi botaniche, se si vuole riconoscerle in natura.


Una tisana di pidocchiara? No, grazie!
Nonostante la sua fama di dispensatrice di pidocchi, per secoli la medicina popolare ha utilizzato la pidocchiara come rimedio antinfiammatorio e sedativo. Impiego che sarebbe anche giustificato a livello scientifico, se la pianta non fosse altresì un condensato di principi tossici, soprattutto glicosidi e alcaloidi. Essi si concentrano nelle radici ma non disdegnano il resto della pianta, catalogata come tossica in ogni sua parte.
Si potrebbe usare soltanto sotto stretto controllo medico ma con quale vantaggio? Ci sono decine e decine di altre droghe fitoterapiche con le medesime proprietà e meno pericolose per la salute. Non è, forse, meglio scegliere una di queste per la nostra tisana lenitiva e rilassante?


Foto di copertina (Pedicularis palustris L.) rilasciata sotto licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale .
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