“Michael”: il Re del Pop Michael Jackson approda al cinema interpretato dal nipote Jaafar Jackson. Il biopic dall’enorme successo nelle sale entusiasma i fan seppur suscitando non poche perplessità nella critica… chi avrà ragione? L’ho visto, l’ho elaborato e vi dico la mia senza spoiler!
Piccola e doverosa premessa: io amo Micheal Jackson (MJ). Sono un suo grande fan sin dall’età di 6 anni. Ho ascoltato i suoi album, macinato videoclip, film, documentari e libri sulla sua vita, ho giocato ai suoi videogame ed ho persino imparato a fare il Moonwalker.
Insomma, questo per dire che sono entrato in sala per vedere Michael con una certa conoscenza e fu proprio questo a causarmi un “brividino” di paura appena annunciarono un biopic su di lui ma, allo stesso tempo, ha mosso in me mooolta curiosità ed un certo entusiasmo.
Ora sarebbe lecito pensare che la mia opinione sul film possa essere stata influenzata dal mio essere fan, ma in realtà è avvenuto l’esatto contrario, rendendomi ancora più attento e pignolo nell’analisi. Perché con i sentimenti non si scherza. Ma ora parliamone.
Wanna Be Startin’ Somethin’
Voglio iniziare qu… esta mia analisi col dire che io ho qualche remora nei confronti del genere: biopic.
Per chi fosse poco pratico di gerghi cinematografici, il termine biopic definisce quella categoria di film che raccontano la vita o le imprese di un personaggio reale/storico cercando di ricostruire eventi accaduti seppur romanzati per esigenze prettamente drammaturgiche.
I biopic siano opere molto complesse da realizzare, perché devono sintetizzare tanto in poco tempo e, proprio per questa ragione, risultano spesso film veloci e nemici dell’approfondimento. Provate a riassumere la vostra intera vita in 2 ore e 10 minuti (questa la durata di Michael): su quante cose sareste costretti a essere superficiali? Ecco, proprio per queste ragioni legate prettamente al genere biopic anche Michael – purtroppo- patisce di questa sentenza: tutto procede veloce.
Man In The Mirror
C’è una cosa che mi piace dire, quando tra amici e conoscenti si apre un qualsiasi dibattito sulla vita del Re del Pop: “Michael Jackson è vissuto 50 anni ma è come se ne fossero 100.”
Sì perché quella di Michael è stata una vita ricca di momenti sotto i riflettori. Stiamo parlando di un prodigio che a 5/6 anni era il frontman dei Jackson 5 e a 10/11 anni firma il suo primo contratto discografico con la Motown Records che all’epoca – parliamo di fine anni ’60 – era una vera e propria “fabbrica di successi”.
Michael Jackson è stato praticamente su palcoscenici, fisici e mediatici, 45 dei suoi 50 anni di vita.
Quindi in Michael ci sarebbe stato molto ma mooolto da dover mostrare e infatti, per soccorrere all’incombenza, il biopic fa affidamento al buon vecchio sotterfugio dei salti temporali. Si parte dagli esordi del piccolo Michael con i Jackson 5 nel 1966fino ad arrivare al suo momento di massima consacrazione del 1988, praticamente poco prima delle accuse di molestie da parte del tredicenne Jordan Chandler.
Vengono mostrati “solo” 20 anni della sua straordinaria carriera con ritmo veloce e didascalico.
A quanto pare il film si ferma all’88 perché il suo terzo atto – che non vedremo mai – si concentrava sulle indagini di molestie del 1993 ma a causa della scoperta di vincoli legali legati all’accordo di Chandler del ’93 che prevedeva il divieto assoluto di menzionare il nome del ragazzino o di rievocare le accuse di molestie in qualsiasi tipo di media (film e libri inclusi) è stato buttato tutto al cesso.
Inizialmente il film durava all’incirca 4 ore, ma che per ovvie ragioni si è dovuti ricorrere a importanti revisioni sulla sceneggiatura e tagli nel montaggio definitivo. Questo lo si percepisce soprattutto nel finale perché ancor prima di conoscere queste vicende, in sala, ho sentito quella lieve sensazione di sospensione.
Ma in tutto sto bel casino chi ne ha sofferto di più? L’Uomo nello specchio, il lato umano di Michael che a causa della velocità, dei problemi di produzione e tagli vari non emerge mai quanto avrebbe meritato e soprattutto quanto avrei voluto in questo film.
They Don’t Care About… Michael
Il film Michael comunque ci vuole provare ad essere umano ma senza riuscirci appieno, perché gli attimi fragili situati tra un contratto discografico e un brano di successo si riducono a pillole fugaci d’intermezzo, sintetizzati con scontate battute ad effetto o qualche primo piano dalla triste espressione. Non proprio il massimo, diciamocelo.
Questo rende inevitabilmente il film piatto sull’aspetto narrativo ed empatico. Vedere maggiormente il dramma nello stato d’animo di Michael sarebbe stato qualcosa di davvero inedito e rivoluzionario, oltre a dar modo agli spettatori di legare di più con l’uomo celato dietro la leggenda.
Anche quando vengono inscenate le violenze subite da Michael bambino da parte del severo Joe Jackson, antagonista e padre di MJ interpretato da un bravissimo Colman Domingo, si fa fatica ad entrare in empatia, qualcosa inevitabilmente arriva ma è una reazione “ovvia” scaturita da un’empatia naturale verso un bambino che subisce violenze e non perché ci sia stato un certo tipo di costruzione introspettiva del personaggio.
Su questo punto ci tenevo molto perché l’introspezione di MJ non è mai emersa nemmeno quando, ancora in vita, i media inventavano la qualunque pur di far notizia: la storia che si fosse sbiancato la pelle perché razzista (aveva la vitiligine), il nomignolo “Jacko” usato per deriderlo del suo aspetto, le voci sulla sua presunta omosessualità, tutto ciò che è stato detto e scritto riguardo le accuse di molestie sessuali… insomma, Jackson avrà pur sofferto di queste cose in privato no?! Ma a loro non importava di Michael, di come potesse sentirsi all’epoca e di quanti traumi psicologici si fosse trascinato dietro da un’infanzia difficile… ecco, diciamo che su un film intimamente intitolato Michael avrei voluto molta più attenzione sull’ intimità e sul dramma personale.
Thriller
La rapidità che contraddistingue i biopic non tiene solo in ostaggio la parte fragile del protagonista, ma coinvolge l’intero film andando ad accarezzare anche i momenti decisamente positivi della lunga carriera di Michael Jackson. Prendiamo un esempio chiaro: Thriller, l’album più venduto di tutti i tempi.
Thriller oltre ad essere stato un album con un successo di dimensioni mastodontiche è stato un autentico spartiacque nella storia dell’intera musica pop e dell’industria discografica ridefinendo gli standard di vendite, i videoclip, il marketing musicale e la fusione di più generi.
L’album ha abbattuto le barriere razziali in tutte le radio e su MTV, che fino ad allora trasmetteva di rado artisti neri, diventando un reale fenomeno pop culturale globale. I cortometraggi di Thriller, Billie Jean e Beat It, hanno trasformato i videoclip musicali in vero cinema, cambiando per sempre il modo di promuovere la musica. L’album Thriller ha saputo unire pop, soul, rock, funk e disco unificando diverse fasce di pubblico. Primo album nella storia con 7 singoli su 9 tracce nella Top 10 della classifica Billboard. Nel 1984 ha vinto 8 Grammy Awards in una sola sera (record per l’epoca) e nel 2008 è stato inserito nella Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti come tesoro nazionale.
Nel film questo in parte c’è, non lo si può negare. Quel che si può viene mostrato e celebrato, ma mai vissuto fino in fondo. Il successo te lo vedi passare davanti gli occhi, ti scorre veloce come un bel paesaggio dal finestrino, ma non lo immagazzini o vivi come avresti davvero meritato.
Non ho percepito in sala la sua grandezza, la percepisco perché la conosco già di mio.
Billie Jean
Però, nonostante tutto, va assolutamente detto che Michael concede spettacolo sin dall’inizio.
La regia di Antoine Fuqua seppur conservativa fa il suo dovere. Il film scorre, le inquadrature sono ben chiare e diventano meravigliose quando ricreano alla perfezione momenti iconici ed esibizioni storiche del Re del Pop.
Una scelta che, oltre ad essere visivamente bellissima, risulta ancor più intelligente quando strizza l’occhio alla viralità dei canali social creando maggior risonanza al film. Tant’è vero che le home sono invase da video di comparazioni tra le scene ricreate da Faqua nel biopic ed esibizioni reali e memorabili di Michael negli anni.
Stesso discorso vale per la fotografia che segue la linea registica, c’è poco da discutere: il film è visivamente stupendo.
Si ha sempre l’impressione di essere sotto i riflettori, esattamente com’è stata la vita di MJ, tutto brilla come la famosa giacca nera ed il guanto bianco che Michael ha sempre indossato per interpretare la sua iconica Billie Jean.
Costumi, scenografie, luci, colori… tutto è costruito con grande attenzione e a pieno servizio di Jackson. Senza dimenticare di dover citare il meraviglioso montaggio sonoro che dà l’impressione di assistere ad un vero e proprio concerto al cinema.
Tutti elementi a disposizione della magistrale performance di Jaafar Jackson.
Jaafar Jackson da premio Oscar
Prima di concludere questo lungo viaggio (alla faccia del biopic) non posso non dedicare qualche riga all’interpretazione mostruosa di Jaafar Jackson.
La somiglianza con Michael Jackson è impressionante, non solo fisicamente: movimenti, ballo, energia, presenza scenica… voce! Ho visto il film in lingua originale ed il livello del film sale ulteriormente perché la voce è incredibilmente identica a quella di Michael. Nelle parti cantate l’integrazione tra la reale voce di MJ e il labiale di Jaafar è perfetta.
Jaafar sostiene su di sé l’intero film con gran professionalità e disinvoltura, portando sulle spalle il pesante macigno dell’interpretare una figura a dir poco ingombrante come quella dello zio.
Se Rami Malek ha vinto l ‘Oscar con Bohemian Rhapsody non vedo perché Jaafar non possa ambire allo stesso premio visto che, a mio modesto parere, la sua performance è nettamente superiore a quella dell’attore che ha vestito i panni di Freddie Mercury.
This Is It
Siamo giunti ai titoli di coda e c’è da rispondere alla fatidica domanda: vale la pena vedere Michael? La mia risposta è: sì! Senza alcun dubbio.
Perché Michael è un film che, seppur restando in superficie, a causa dei difetti legati al genere e ai problemi di produzione accontenta i fan e gran parte del pubblico giocando sul sicuro.
Visivamente è meraviglioso, grande cast e musiche leggendarie. La sala si trasforma sulle note di: Wanna Be Startin’ Somethin’, Thriller, Beat It, Billie Jean, Bad.
Il biopic nel bene e nel male, mostra su schermo 20 anni di una carriera intrisa di eventi lasciando inevitabilmente qualcosa per strada di cui alla maggior parte non importerà nulla, ma per chi come me sperava in qualcosa di più resta dell’amaro in bocca.
Perché credo che Michael Jackson sia un personaggio che meriterebbe decisamente più profondità e maggior verità dato che ancora oggi è argomento di grandi dibattiti tra fan e detrattori. E questo inevitabilmente mi impedisce di apprezzare il film come avrei voluto.
Ecco perché una parte della critica è molto dura nei confronti del film. Perché il film non mostra nulla di più di ciò che potreste trovare sulla sua pagina Wikipedia, si è fatto il minimo indispensabile cullandosi sul fatto che un nome come Michael Jackson è certezza di guadagno da una vita e si vende praticamente da solo perché ha milioni e milioni di fan al suo seguito.
Alla fine Michael mostra sicuramente il Mito ma non ti fa mai entrare nell’uomo e nelle sue sofferenze.
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Foto copertina: particolare della locandina ufficiale.


