Pizza terapia: a Brescia nasce il formidabile progetto Mani im-Pasto dedicato alla salute mentale degli adolescenti.

Quando qualcuno ha sofferto nella vita, sa quanto sia difficile la risalita e forse sviluppa una sensibilità maggiore ai problemi del prossimo. Ma soprattutto, quando qualcuno ha sofferto nella vita e riesce a realizzare un obiettivo, un sogno, forse sviluppa un desiderio maggiore di aiutare il prossimo a realizzare, a sua volta, obiettivi e sogni, fosse anche solo per il puro e genuino piacere di condividere con gli altri la propria esperienza, anche se, sicuramente, la gratificazione più grande arriva quando si assiste al successo delle stesse persone che chiedevano aiuto.

E ogni volta che questa gratificazione arriva, porta con sé la fame, o meglio, stimola la voglia di fare ancora, e meglio.

Deve essere ciò che accade a Ciro Di Maio, pizzaiolo di Brescia, ma nativo di Frattamaggiore, vicino a Napoli. Partito dal sud in cerca di fortuna, ha lavorato sodo ed è riuscito a creare qualcosa di nuovo e straordinario, facendo quello che sa fare meglio: la pizza.

Una semplice pizza può cambiare la vita? La risposta è sì. Può cambiarla davvero. Ne sono testimoni i ragazzi che hanno partecipato al primo progetto solidale che Ciro ha messo in piedi in quel di Brescia nella sua pizzeria “San Ciro”, creando un corso per disoccupati nel mese di marzo 2026.

E questo deve aver stuzzicato la “fame” di cui si parlava prima, perché ora la Pizzeria San Ciro diventa anche un laboratorio “terapeutico”.

La pizza come terapia: via al progetto “Mani Im-Pasto”

Il progetto “Mani Im-Pasto” prende vita in Lombardia dall’incontro tra due realtà che condividono una visione concreta dell’inclusione. Da una parte c’è Ciro Di Maio, pizzaiolo con la sua storia personale fatta di impegno e crescita; dall’altra la cooperativa sociale Fraternità Giovani, da anni attiva nel supporto a minori con fragilità psicologica. Insieme hanno costruito un laboratorio che unisce manualità, relazione e apprendimento.

L’approccio della cooperativa è da sempre pionieristico: integrare l’attività clinica con esperienze di vita concreta sul territorio”, spiega la presidentessa Laura Rocco. “Il progetto di “pizza terapia” si inserisce perfettamente in questa visione, offrendo una “palestra di realtà” dove la fragilità psico-emotiva non è un limite, ma il punto di partenza per una nuova consapevolezza. Per questi adolescenti, indossare il grembiule e affondare le mani nella farina significa iniziare a immaginare il proprio futuro con una fiducia nuova. Non si tratta solo di imparare un mestiere, ma di capire che, con la giusta guida e il giusto impegno, si può essere protagonisti della propria vita, un impasto alla volta”.

L’idea si sviluppa attorno a un’intuizione semplice: offrire un futuro ai ragazzi che attraversano il buio della fragilità psichica e che, spesso, ha i contorni sfocati di un orizzonte irraggiungibile. Molti di loro hanno interrotto gli studi, quasi tutti faticano a trovare un posto nel “mondo reale” che sia al contempo stimolante e protetto.

Per offrire quel futuro, però, serve uno spazio reale dove sperimentarsi, lontano dai contesti protetti in cui spesso trascorrono le giornate.

Il Futuro in una pizza

Ed è dentro la pizzeria San Ciro che il progetto prende forma attraverso dieci incontri dedicati a otto adolescenti tra i 12 e i 18 anni, dove ogni appuntamento diventa un’occasione per mettersi in gioco e per scoprire capacità che spesso restano nascoste.

Il laboratorio crea un ponte tra il mondo terapeutico e quello professionale, dando ai partecipanti la possibilità di vivere un’esperienza concreta. L’obiettivo principale riguarda la costruzione di fiducia in se stessi e autonomia, elementi fondamentali per immaginare un futuro più accessibile.

Perché proprio la pizza?

La scelta della pizza come strumento educativo nasce da caratteristiche molto precise. Si tratta di un alimento familiare, capace di generare immediata vicinanza e curiosità. Quando un ragazzo mette le mani nella farina, entra in contatto diretto con qualcosa di concreto e trasformabile. Questo processo attiva attenzione, concentrazione e coinvolgimento emotivo.

La scelta della pizza come medium terapeutico è strategica: si tratta di un cibo semplice, familiare, capace di mettere chiunque a proprio agio”, spiega Matteo Pasetti, educatore professionale della cooperativa che, insieme a Ciro di Maio ha ideato il progetto Mani IM-Pasto. “È un elemento concreto che consente di vedere in tempi rapidi il risultato del proprio impegno, trasformando la manipolazione degli ingredienti in un esercizio di autostima. In un ambiente dove le regole, i tempi e la collaborazione sono ferrei come in ogni cucina di alto livello, otto ragazzi dell’età compresa tra i 12 e i 18 anni imparano che è possibile costruire qualcosa di buono con le proprie mani”.

Cosa succede in laboratorio?

Durante il laboratorio, ogni fase della preparazione assume un valore educativo. L’impasto richiede pazienza, la stesura invita alla precisione, la farcitura stimola la creatività e la cottura insegna il rispetto dei tempi. Ogni gesto diventa un piccolo traguardo visibile, e questo aiuta i ragazzi a percepire il proprio impegno come qualcosa di reale. Ogni successo, anche minimo, contribuisce a rafforzare la percezione di sé. Sentirsi capaci cambia il modo in cui si guarda al futuro. I ragazzi iniziano a riconoscere le proprie risorse e a immaginare nuove possibilità.

La pizza offre anche un risultato immediato: si vede, si tocca e si condivide e questo rafforza il senso di competenza personale. Se poi il cliente è soddisfatto, la gratificazione personale rafforza l’autostima.

L’ambiente della cucina aggiunge un ulteriore elemento. Le regole sono chiare, i ruoli definiti, la collaborazione diventa essenziale. In questo contesto, i ragazzi imparano a relazionarsi in modo attivo. La pizza diventa così un mezzo per allenare fiducia, responsabilità e capacità relazionali, in un clima che sostiene senza semplificare.

Che tipo di percorso vivono i ragazzi durante gli incontri?

Come abbiamo anticipato, il laboratorio si sviluppa attraverso dieci incontri di due ore ciascuno, pensati per accompagnare i ragazzi in un percorso graduale. All’inizio prevale la scoperta: si osservano gli ingredienti, si ascoltano le spiegazioni, si entra in confidenza con lo spazio della cucina. Con il passare delle lezioni, cresce il coinvolgimento diretto.

I partecipanti imparano a riconoscere le farine, a dosare gli ingredienti, a lavorare l’impasto con cura. Ogni passaggio richiede attenzione e partecipazione attiva. Il ritmo del lavoro diventa una guida, aiutando i ragazzi a organizzare le azioni e a gestire il tempo. Durante le attività emergono anche momenti di confronto, in cui si condividono difficoltà e piccoli successi.

Un progetto che unisce l’eccellenza della tradizione napoletana all’approccio clinico-educativo della storica cooperativa sociale bresciana. “La pizza aiuta i ragazzi a sentirsi competenti e a costruire fiducia nelle proprie possibilità”, commenta ancora Laura Rocco.

La presenza costante di educatori e professionisti garantisce un ambiente sicuro e accogliente e ciò permette ai ragazzi di sperimentarsi senza timore. Il laboratorio diventa una vera palestra di vita, dove ogni esperienza contribuisce a rafforzare l’autostima e, obiettivo non da poco, il solo fatto di impegnarsi in un lavoro manuale che, di fatto, li induce al fare, si comincia a costruire una nuova immagine di sé, più solida e consapevole.

Qual è il ruolo degli educatori e dei professionisti coinvolti?

Il progetto si fonda su una collaborazione stretta tra competenze diverse. Gli educatori della cooperativa accompagnano i ragazzi nel percorso, osservano le dinamiche e offrono supporto nei momenti più delicati.

Accanto a loro, Ciro Di Maio guida le attività pratiche portando in laboratorio la sua esperienza professionale e trasmettendo il valore della disciplina. In cucina ogni dettaglio conta, e questo aiuta i ragazzi a sviluppare attenzione e responsabilità. La combinazione tra competenze educative e professionali crea un equilibrio efficace, capace di sostenere e stimolare allo stesso tempo.

Ogni gesto tecnico diventa un’occasione educativa per allenare l’ascolto, la precisione e, soprattutto, la responsabilità”, spiega Ciro Di Maio. “In una cucina professionale, il rispetto dei tempi non è un’opzione, ma una necessità; imparare a gestire la pressione di un servizio, seppur in un ambiente tutelante, aiuta questi adolescenti a riscoprire risorse personali che spesso rimangono soffocate dalla patologia o dal disagio sociale”.

Anche il confronto tra adulti diventa parte del percorso. Educatori e pizzaiolo condividono osservazioni e adattamenti, costruendo un’esperienza su misura per i partecipanti. Questo lavoro di squadra permette di valorizzare ogni progresso. Il laboratorio si trasforma così in uno spazio integrato, dove cura e apprendimento procedono insieme.

In che modo questa esperienza aiuta a costruire fiducia?

La fiducia nasce attraverso esperienze concrete e ripetute nel tempo. Nel laboratorio, ogni ragazzo affronta piccoli compiti che diventano progressivamente più complessi. All’inizio può trattarsi di mescolare ingredienti, poi di stendere un impasto, fino a gestire intere fasi della preparazione.

Ogni successo, anche minimo, contribuisce a rafforzare la percezione di sé. Sentirsi capaci cambia il modo in cui si guarda al futuro. I ragazzi iniziano a riconoscere le proprie risorse e a immaginare nuove possibilità. Il contesto protetto permette di affrontare anche gli errori senza paura. Gli sbagli diventano occasioni di apprendimento, mai ostacoli definitivi.

La condivisione del risultato finale ha un impatto importante. Preparare una pizza e offrirla agli altri genera soddisfazione e senso di appartenenza. Questo tipo di esperienza lascia un segno profondo. La fiducia cresce attraverso il fare e il riconoscimento, elementi che si rafforzano a ogni incontro.

Che valore ha questo progetto per il futuro dei ragazzi?

“Mani Im-Pasto” rappresenta molto più di un laboratorio temporaneo. Offre ai ragazzi un’esperienza che può influenzare il loro percorso di vita. Attraverso il lavoro pratico, imparano a gestire responsabilità, a rispettare tempi e a collaborare con gli altri. Queste competenze risultano utili in molti contesti.

Il progetto di pizza terapia apre anche uno sguardo sul mondo professionale. Entrare in una cucina reale permette di comprendere dinamiche e ritmi che spesso restano lontani. Questo contatto diretto aiuta a immaginare scenari futuri più concreti, dove il lavoro diventa una possibilità accessibile.

Allo stesso tempo, l’esperienza lascia un segno sul piano personale. I ragazzi sviluppano maggiore sicurezza e una nuova consapevolezza delle proprie capacità. Questo cambiamento può influenzare anche altri ambiti della vita quotidiana. Il valore più grande riguarda la possibilità di sentirsi protagonisti, capaci di costruire qualcosa con le proprie mani e con il proprio impegno.

Fraternità Giovani e Ciro Di Maio

Fraternità Giovani è una cooperativa bresciana e impresa sociale nata nel 2000 che oggi rappresenta un’eccellenza in Lombardia nella gestione della salute mentale in età evolutiva.

Con quasi cento operatori tra dipendenti e collaboratori, la cooperativa segue attualmente circa duecento minori attraverso una rete che include centri diurni, comunità residenziali e ambulatori specialistici come il recente Centro Polifunzionale per l’Età Evolutiva inaugurato a Brescia nel 2024. Nel percorso terapeutico-riabilitativo rivolto ad adolescenti fragili, con problematiche di salute mentale, i loro Centri Diurni e Residenziali Terapeutici di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza promuovono non solo attività cliniche ed educative all’interno dei servizi, ma anche esperienze di vita concreta sul territorio, in contesti stimolanti, protetti e tutelanti. Il caso della pizza terapia ne è forse uno dei migliori esempi.

Ciro Di Maio, classe 1990, mamma casalinga, papà dal passato burrascoso. Le sue prime esperienze nel lavoro sono a 14 anni, poi si iscrive all’Alberghiero, ma a 18 anni lascia gli studi e inizia a lavorare.  Nel 2015, lascia Frattamaggiore (NA) per venire al nord a fare il pizzaiolo per una grossa catena in Lombardia, poi riesce a rilevare quella pizzeria assieme a sei soci, infine diventa titolare unico. È così che è iniziata l’avventura “San Ciro”, il suo locale a Brescia  (vicino al multisala Oz, in via Sorbanella) che oggi impiega una quindicina di persone ed è noto per la veracità delle sue pizze, ma anche per il suo menù alla carta di alta cucina. Il suo impegno nel sociale lo porta a fare corsi di formazione in carcere ma anche per i disoccupati, è certo che nella pizza molte persone possano trovare una svolta esistenziale.

Anche per questo è scattata l’idea di collaborare con Fraternità Giovani e realizzare un progetto che ha il profumo del lievito e della farina.

progetto pizza terapia: due uomini, quello a destra calvo con barba, t shirt verde e sorride, quello a sinistra molto alto e corpulento, con capelli neri coriti, barba, indossa jeans e maglietta con sopra una camicia aperta e sorride
A sinistra Matteo Pasetti, educatore professionale della cooperativa
e a destra Ciro Di Maio titolare della pizzeria San Ciro

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Tina Rossi
Tina Rossi
(a.k.a. Fulvia Andreatta) Editrice. Una, nessuna e centomila, il suo motto è “è meglio fingersi acrobati, che sentirsi dei nani” Dice di sé:” Per attimi rimango sospeso nel vuoto,giuro qualche volta mi sento perduto, io mi fido solo del mio strano istinto, non mi ha mai tradito, non mi sento vinto, volo sul trapezio rischiando ogni giorno, eroe per un minuto e poi...bestia ritorno...poi ancora sul trapezio ad inventare un amore magari...è solo invenzione, per non lasciarsi morire...”
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