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Da buon rockettaro e da Dee Jay specializzato in programmi radiofonici di musica pop-rock, ho sempre detestato la Disco music, soprattutto la disco dance italiana, quella made in Italy per intenderci, meglio conosciuta come “Italo disco“. Mixando in discoteca cercavo di evitare il più possibile certi brani e certi artisti, nonostante le richieste del pubblico.

A distanza di vent’anni mi sono dovuto ricredere: non era tutto da buttare, anzi, la Disco Music italiana ha segnato un’epoca con prodotti a volte geniali ed innovativi e se ancor oggi la pista si riempie, non solo di nostalgici un po’ in là con gli anni, sulle note di Raf o di Spagna, ci sarà pure un motivo.

Italo Disco

Il filone musicale della cosi detta “Italo disco” o “Disco music all’italiana” caratteristico degli anni ‘80, nasce, nel nostro Paese, alla fine del decennio precedente, a seguito dell’esplosione del fenomeno della “discoteca”, con conseguente massiccia importazione di “disco music” dagli Stati Uniti, il tutto contaminato dall’influenza proveniente dalla Gran Bretagna, dove era in pieno sviluppo la rivoluzione elettronica della New Wave e dei New Romantics.

Alla fine degli anni ‘70 artisti italiani come i Fratelli La Bionda, sotto le mentite spoglie di Easy Going o D.D. Sound, e Gepy & Gepy, avevano cominciato ad incidere brani da discoteca, molto spesso con testi in inglese: ricordo nel 1977 i fratelli La Bionda (D.D. Sound) con “Disco bass” e “1-2-3-4 gimme some more”, e Gepy & Gepy con “Body”.

Ma anche altri artisti che in passato si erano dedicati ad altri generi, rock progressivo e melodico, improvvisamente si buttano sulla nuova strada: nel 1976 Marcella Bella pubblica in versione disco “Resta cu’mme” (originariamente di Domenico Modugno) e nel 1977 Alan Sorrenti incide “Figli delle stelle”.

DJ set e immense compagnie

Va poi ricordata una cosa fondamentale: la struttura della serata musicale in una qualsiasi discoteca. Si partiva con il brano più coinvolgente e il dj bravo sapeva come fare a far capire cosa ci attendeva per le ore a venire. Dopo circa un’oretta c’era lo stop tattico di venti minuti, dedicato rigorosamente al “tacchinaggio” (passatemi il termine squisitamente piemontese per indicare l’atto del rimorchiare le ragazze).

Dal punto di vista sociale, era un fenomeno comportamentale ben strutturato: le ragazze single si andavano a sedere mentre i maschi, rigorosamente appoggiati alle colonne delle discoteche, puntavano la bella di turno da invitare a ballare “il lento”. Perché quello era “Il momento del lento”. 

E anche qui, la musica italiana la faceva da padrone. Chi non ha ballato, cheek to cheek, una per tutte, “Anni senza fiato” dei Pooh?

disco dance italiana  nella foto un deejay intento a mixare, chinato sopra un mixer audio e a due giradischi
Cosa resterà degli anni ’80: la disco dance italiana

Italiani esterofili

I musicisti italiani, con lo stesso spirito “emulatorio” che aveva già fatto nascere in passato correnti musicali ispirate alla musica proveniente da oltremanica, mi riferisco in particolare al “progressive rock” che aveva visto nel decennio precedente protagonisti gruppi come la Premiata Forneria Marconi, il Banco del Mutuo Soccorso e i New Trolls, iniziano a produrre una personale e propria forma di disco music che avrà di li a poco successo anche a livello internazionale.

La “nostra” musica da discoteca sarà guardata con curiosità ed interesse anche all’estero, dove artisti come Eddy Huntington (“Electrica salsa”) piuttosto che i Modern Talking (“You’re my heart, you’re my soul”), si ispireranno per i loro lavori.  

Grossi successi di quegli anni saranno: “Self control” di Raf, “Survivor” di Mike Francis, “Easy lady” di Spagna, “Vamos a la playa” (unica canzone cantata non in inglese) dei Righeira, “Masterpiece” e “I like Chopin” di Gazebo.

Cecchetto production

La faceva da padrone al Festivalbar tutta la “Cecchetto Production”, con una parata infinita di “tormentoni” musicali, stelle comete da una notte sola, ma che ancora oggi brillano nei nostri ricordi e che nessuno, di quegli anni, ha dimenticato.

Dal 1983 la disco dance italiana avrà modo di uniformare il proprio genere: ritmo binario, suonato ad una velocità normale, dove il “levare” (battuto con un “clap”) è più accentuato del “battere” (simile ad un “boom”), con una struttura ritmica in 4/4 dove, in ogni quarto, si riconosce lo stesso basso suonato su una nota diversa, per poi ricominciare il “riff”.

La melodia va di pari passo con la voce, molto spesso manipolata elettronicamente (due diavolerie sono tipiche di quel periodo: il “vocoder” per metallizzare la voce e l’armonizer per sdoppiarla) mentre i testi, quasi tutti in inglese, sono ispirati allo stile americano e trattano l’amore piuttosto che la vita notturna o la tecnologia.

Mi rendo conto del fatto che vi stia parlando in termini strettamente tecnici, ma, per capire cosa sto scrivendo, è sufficiente ascoltare una qualunque canzone di quelle nominate poco sopra queste righe, per comprendere chiaramente, le caratteristiche che vi ho appena descritto.

Il declino della disco dance italiana

Il rapido sovraffollamento della scena musicale, con conseguente saturazione, unito ad una certa vena esterofila che valorizzò artisti stranieri piuttosto che italiani, portò ad un declino della Italo Disco, verso la seconda metà degli anni ‘80.

Un declino però che divenne ben presto trasformazione: l’ambiente italiano della musica dance attraversò un forte ricambio generazionale di artisti che, nei primi anni 90, vide come protagonisti i giovani: Gigi D’Agostino, Robert Miles, Corona.

Verso l’inizio del nuovo millennio si è registrata tuttavia una tendenza alla rivalutazione del genere Italo Disco e non solo nel nostro paese. Un ritorno agli anni 80 sia nella musica pop che in quella elettronica che ha portato i Dee Jay rispolverare i vecchi dischi e le vecchie canzoni, per i loro set e non solo.

Voglio chiudere questo articolo, con un fenomeno, aimè, tipico di quel periodo e già accennatovi in precedenza: le “sostituzioni”.

E’ capitato molto spesso, e lo si è scoperto solo parecchi anni dopo, che vocalist anonimi o famosi, prestassero la loro voce in studio e che in pubblico, soprattutto nei programmi televisivi, rigorosamente in play-back, fossero sostituiti da ballerini o comunque persone di bella presenza, che “interpretavano” il personaggio, senza mai cantare dal vivo, ovviamente.

Esempi clamorosi se ne annoverano nel Regno Unito e negli USA: Immagination e Milli Vanilli, tanto per fare due nomi.

Segno di un’epoca dove, a tutti i costi ed in tutti i campi, era necessario “apparire”, come già ampiamente descritto nell’articolo introduttivo.

#stayalwaystuned