Carta Arcobaleno: cosa prevede il nuovo testo unico di informazione rispettosa sulle persone LGBTQIA+ e cosa cambia

Il mondo dell’informazione vive una fase delicata e decisiva. Le parole circolano con una velocità mai vista prima, attraversano piattaforme diverse, raggiungono un pubblico ampio e spesso eterogeneo e il professionista fa sempre più fatica a distinguersi tra vari blogger, Freelancer, youtuber e tiktoker che si spacciano per giornalisti millantando un titolo che, di fatto, non hanno mai conseguito. Distinguersi per serietà e professionalità è diventato impegnativo, in quanto queste figure da social spesso e volentieri minano la credibilità della categoria.

Se essere giornalista significa fare informazione attraverso il pieno rispetto della veridicità della notizia, utilizzando un linguaggio deontologicamente adeguato ad ogni contesto, si capisce perché esiste un Ordine, un codice deontologico e linee guida che vanno regolarmente aggiornate e trasmesse agli addetti ai lavori, attraverso corsi di formazione e aggiornamenti.

Perchè nasce la Carta Arcobaleno

Nel tempo non si è solo evoluto il modo di fare informazione, ma si è sviluppato anche un modello sociale teoricamente più attento all’uso delle parole, in tutela di tutte quelle persone che, pur essendo garantite a livello legale, hanno subìto e subiscono un reiterato e ingiusto attacco mediatico fatto di parole spesso offensive e lesive alla dignità e all’onore. Purtroppo, nel mare magnum del web e delle sue piattaforme, l’informazione e la comunicazione molto spesso scappano ancora di mano per modi e linguaggi, in nome di una leggerezza troppo spesso superficiale e frettolosa.

Il ruolo dell’Ordine dei Giornalisti sta anche nell’intercettare questi bug del sistema mediatico e agire affinché il giornalista continui ad essere un esempio sociale, educativo, etico e professionale di corretta informazione e comunicazione. 

In questo contesto ha preso forma la Carta Arcobaleno, un documento pensato per un’informazione rispettosa e consapevole sulle persone LGBTQIA+ che richiama a una responsabilità che riguarda ogni scelta, dalla scrittura di un titolo fino alla selezione delle fonti.

Il percorso è iniziato a giugno con l’adesione del Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte al Torino Pride, a testimonianza dell’impegno contro ogni forma di discriminazione nel rispetto del Testo unico dei doveri del giornalista. Il lavoro è durato oltre sei mesi e accanto al gruppo costituito dal Consiglio dell’Ordine hanno preso parte alla sua elaborazione anche le organizzazioni della società civile riunite nel Coordinamento Torino Pride.

La sua nascita segna un momento preciso nel dibattito pubblico italiano. Il tema della rappresentazione delle persone LGBTQIA+ ha guadagnato spazio negli ultimi anni, spinto da cambiamenti sociali, mobilitazioni civili e una crescente attenzione da parte delle nuove generazioni. In molte redazioni si avverte l’esigenza di strumenti concreti per evitare errori, semplificazioni e distorsioni.

A chi si rivolge la Carta Arcobaleno

La Carta Arcobaleno – si chiama così perchè l’arcobaleno è il simbolo universale della comunità LGBTQIA+ – offre una guida chiara e accessibile, pensata per chi lavora ogni giorno con le notizie, anche se non parla solo agli addetti ai lavori ma coinvolge anche chi legge, ascolta e condivide le notizie.

Il documento si indirizza a una platea ampia. Giornaliste e giornalisti, testate, social editor, editori, comitati di redazione, trovano nella Carta uno strumento operativo da adottare nelle redazioni e nei percorsi di formazione professionale. È uno strumento chiaro, concreto e condiviso per chi lavora nell’informazione, con l’obiettivo di promuovere narrazioni che rispettino le soggettività LGBTQIA+, al fine di evitare stereotipi o correggere storture e, al contempo, di valorizzare il potenziale trasformativo del linguaggio e delle scelte editoriali.

Le trasformazioni digitali hanno cambiato il mestiere. Le notizie si diffondono sui social, i commenti accompagnano ogni contenuto e il pubblico interagisce in tempo reale. Questo scenario richiede nuove competenze e una maggiore attenzione alle conseguenze delle parole. La Carta tiene conto di questa evoluzione e propone linee guida adatte al presente.

Anche i percorsi formativi possono trarre beneficio da questo strumento. Le scuole di giornalismo, i corsi universitari, le iniziative di aggiornamento professionale trovano nella Carta una base solida per affrontare il tema della rappresentazione. Le nuove generazioni entreranno così nel mondo dell’informazione con una sensibilità diversa e riferimenti chiari.

Il documento invita, inoltre, le redazioni a interrogarsi sul proprio funzionamento interno. La qualità dell’informazione passa anche dalla composizione dei team, dalla presenza di competenze diverse e dalla capacità di ascolto.

Gli obiettivi

Ogni parola incide sulla percezione della realtà. Un titolo può rafforzare un pregiudizio oppure aprire uno spazio di comprensione. Una scelta lessicale può includere oppure escludere. Il documento richiama questa responsabilità e invita chi scrive a esercitarla con cura.

Il giornalismo costruisce immaginari collettivi e le storie pubblicate contribuiscono a definire ciò che la società considera rilevante.

La Carta Arcobaleno nasce con un intento preciso: migliorare la qualità dell’informazione. Non si limita a segnalare errori da evitare, ma indica una direzione, valorizza il potenziale del linguaggio, propone un approccio più consapevole, non imponendo ma proponendo linee guida per corrette narrazioni capaci di rappresentare le persone LGBTQIA+ in modo equo e completo.

La qualità dell’informazione riguarda anche chi legge. Il pubblico ha diritto a contenuti accurati, verificati, privi di distorsioni: la Carta rafforza questo principio e lo collega al tema della rappresentazione. Informare bene significa anche evitare discriminazioni, omissioni e stereotipi.

Equità e superamento dei doppi standard

Un altro punto centrale riguarda il trattamento equo delle persone. La Carta richiama l’esigenza di applicare lo stesso standard a tutti i soggetti sociali, indipendentemente dall’identità di genere o dall’orientamento sessuale. Questo principio appare semplice, ma nella pratica presenta diverse sfide.

Il giornalismo spesso cade in schemi narrativi consolidati e alcune identità vengono trattate come eccezioni, altre come norma. Questo approccio crea squilibri e contribuisce a rafforzare stereotipi.

La Carta invita a riconoscere queste dinamiche e a correggerle, perché l’equità si manifesta nelle scelte editoriali quotidiane. Riguarda il modo in cui si costruisce una notizia, la rilevanza attribuita a determinati dettagli, la selezione delle immagini. Ogni decisione editoriale può influenzare la percezione del pubblico e il concetto di equità si lega anche alla credibilità delle testate, perchè un’informazione equilibrata appare più affidabile se più vicina ai principi fondamentali del giornalismo.

Privacy, fonti e qualità dell’informazione

La tutela della privacy rappresenta un altro pilastro del documento. Le informazioni sull’identità di genere o sull’orientamento sessuale richiedono particolare attenzione. La Carta invita a diffondere questi dati solo quando esiste un consenso esplicito oppure una rilevanza pubblica già consolidata, al fine di proteggere le persone da esposizioni indebite. Il giornalismo deve informare senza invadere la sfera privata e saper sempre riconoscere il confine tra interesse pubblico e curiosità del pubblico.

Il tema delle fonti assume un ruolo altrettanto importante. Come in ambito scientifico, medico, politico o legale, anche nel trattare notizie riguardanti la comunità LGBTQIA+ è consigliabile il ricorso a rappresentanti ed esperti qualificati.

Consultare fonti diverse permette di evitare semplificazioni, offre punti di vista differenti, contribuisce a costruire una narrazione più completa e lo stesso giornalismo guadagna profondità quando ascolta chi vive direttamente le realtà raccontate.

Titoli, immagini e responsabilità narrativa

I titoli rappresentano il primo contatto tra la notizia e il pubblico. Per acchiappare un like o una visualizzazione in più, troppo spesso si assiste a un indecoroso – se non vergognoso – uso di titoli clickbait. Si è passato dal titolo sensazionalistico alla vera e propria mistificazione e troppo spesso questa passa attraverso vocaboli forzatamente e volutamente forti pur di attirare l’attenzione del lettore. Le parole hanno un peso e, troppo spesso, quando si parla di Comunità LGBTQIA+, questo peso viene considerato con leggerezza e superficialità, non prendendo in considerazione quanto possa essere dannoso nel creare ambiguità e stigma.

Le immagini svolgono un ruolo altrettanto potente. Possono rafforzare un messaggio oppure distorcerlo. La scelta di fotografie e video richiede attenzione, soprattutto quando si trattano temi sensibili. La Carta suggerisce di evitare contenuti che alimentino stigma o creino associazioni improprie.

Il documento affronta anche il tema della spettacolarizzazione. Alcune narrazioni puntano sulle emozioni forti per attirare l’attenzione. Questo approccio rischia di ridurre le persone a oggetti narrativi.

Contestualizzare le notizie rappresenta un passaggio fondamentale. Inserire i fatti in un quadro sociale e culturale aiuta il pubblico a comprendere meglio, evita interpretazioni superficiali e riduce il rischio di pregiudizi.

Identità, nomi e spazi digitali

Il rispetto dell’identità personale passa anche attraverso l’uso corretto del nome della persona. La Carta sottolinea l’importanza di adottare il nome scelto dalle persone e di evitare riferimenti al dead name quando non si ha il consenso. Questo aspetto riguarda in particolare le persone trans e non binarie, poiché l’uso del nome anagrafico precedente può ledere la dignità delle persone coinvolte nelle notizie.

Il documento affronta anche la gestione degli spazi digitali. I commenti online rappresentano una parte integrante dell’informazione contemporanea. Possono arricchire il dibattito oppure generare disinformazione e odio. La Carta invita le testate a moderare questi spazi con attenzione, rimuovere contenuti offensivi e falsi con lo scopo di creare un ambiente più sano e questa responsabilità riguarda l’intero sistema dell’informazione.

Infine, il documento promuove la formazione interna alle redazioni. Sensibilizzare i professionisti sui temi della diversità e dell’inclusione migliora la qualità del lavoro. Alcune realtà iniziano a introdurre figure dedicate, come i diversity editor, con il compito di supportare le scelte editoriali.

La Carta Arcobaleno si presenta come un punto di partenza. Propone un cambiamento concreto, costruito attraverso pratiche quotidiane e una maggiore consapevolezza del ruolo del giornalismo nella società.

C’era davvero bisogno della Carta Arcobaleno?

In teoria la risposta dovrebbe essere “no” perchè il Testo Unico Dei Doveri del Giornalista copriva già ampiamente il concetto deontologico di corretta informazione e comunicazione, con linee guide precise ed esaustive. Ogni giornalista che vive il suo ruolo nella piena consapevolezza del potere che ha la parola e la stampa in generale, non dovrebbe avere bisogno di una Carta Arcobaleno, e neanche il lettore, che in qualche modo è, in parte, il riflesso dell’informazione che riceve, così come una società emancipata, progredita e civile, nel senso più contemporaneo del termine, non dovrebbe avere bisogno di una legge sul femminicidio o un decreto sicurezza.

In realtà, purtroppo, la risposta è “sì”, c’è bisogno di una Carta Arcobaleno, e la risposta trova conferma nella storia recente dell’informazione italiana. Il racconto della comunità LGBTQIA+ ha attraversato stagioni diverse, segnate da un linguaggio che per lungo tempo ha riflesso più i limiti culturali del contesto sociale che la complessità delle persone. In molte pagine di cronaca e in numerosi titoli si riconoscono tracce evidenti di un’impostazione segnata da pregiudizio, talvolta da un sottile bigottismo, più spesso da una consuetudine lessicale che ha finito per normalizzare espressioni inadeguate.

Alcune parole, ripetute nel tempo senza un reale aggiornamento, hanno assunto significati e, quindi, funzione deformante. Hanno contribuito a costruire immagini semplificate, a ridurre identità articolate a etichette immediate, a orientare la lettura dei fatti lungo direttrici già tracciate. In questo processo il linguaggio ha perso precisione e ha progressivamente incorporato automatismi che oggi risultano evidenti.

Il giornalismo nell’epoca del web

L’evoluzione del sistema mediatico ha amplificato questi effetti. Con l’ingresso dei social network, la circolazione delle notizie ha assunto una velocità e una pervasività maggiore. Le piattaforme hanno aperto spazi di partecipazione diretta, ma hanno anche esposto le persone a forme di pressione collettiva, a dinamiche di delegittimazione pubblica, a un clima di ostilità diffusa che spesso si è concentrato proprio sulle identità percepite come minoritarie.

Le redazioni si sono trovate al centro di questo passaggio. Da un lato la necessità di mantenere ritmo e competitività, dall’altro l’urgenza di rivedere strumenti e linguaggi che mostravano limiti sempre più evidenti. La crescente visibilità delle persone LGBTQIA+ ha reso questo scarto impossibile da ignorare.

Dentro questa traiettoria si colloca la scelta di dotarsi di un riferimento condiviso, una presa di coscienza che riguarda il modo in cui il giornalismo racconta, seleziona, interpreta e, in ultima istanza, contribuisce a definire il perimetro del discorso pubblico.

La Carta Arcobaleno sarà presentata il 17 maggio alle 14,45 al Salone del Libro negli spazi della Città di Torino. Con il presidente Stefano Tallia interverranno il consigliere che ha coordinato il tavolo di lavoro, Gabriele Guccione, la segretaria Maria Teresa Martinengo e la tesoriera Antonella Mariotti che hanno fatto anch’esse parte del gruppo di studio, il Diversity Editor del gruppo Gedi Pasquale Quaranta e Margherita Anna Jannon e Sofia Darino del coordinamento Torino Pride. L’assessore Jacopo Rosatelli porterà il saluto della città di Torino. 

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Tina Rossi
Tina Rossi
(a.k.a. Fulvia Andreatta) Editrice. Una, nessuna e centomila, il suo motto è “è meglio fingersi acrobati, che sentirsi dei nani” Dice di sé:” Per attimi rimango sospeso nel vuoto,giuro qualche volta mi sento perduto, io mi fido solo del mio strano istinto, non mi ha mai tradito, non mi sento vinto, volo sul trapezio rischiando ogni giorno, eroe per un minuto e poi...bestia ritorno...poi ancora sul trapezio ad inventare un amore magari...è solo invenzione, per non lasciarsi morire...”
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