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Quando si dice che a volte la vita imita l’arte, bisogna sicuramente vedere un DocuFilm per capirne un esempio lampante.

Un genere cinematografico a volte trattato con distacco dallo spettatore medio, convinto siano film troppo difficili e impegnativi.

Niente di più falso a mio modesto avviso, anzi è un modo di creare storie che possono tranquillamente spaziare attraverso tutti i generi.

Possiamo vedere ad esempio Le cronache dei morti viventi di George Romero, uno dei migliori DocuFilm mai realizzati oltre che uno spassoso e intelligente zombie horror.

E quindi a sua volta in questo caso l’arte imita la vita che imita l’arte in un ciclo vizioso e virtuoso che si autoalimenta rafforzandosi ad ogni passaggio.

Cosa c’è di meglio di una bella storia di fantasia per raccontare le verità piccole e grandi di questo nostro mondo?

Scopriamolo andando a vedere da vicino 3 DocuFilm molto particolari e differenti tra loro, ognuno di essi geniale e imperdibile a modo suo.

1- District 9 (2009)

Astronave sopra la città

Costruito come un finto documentario, District 9 è una intelligente DocuFilm e parodia fantascientifica che ha a che vedere con il noto Distretto 6 degli anni 80.

Il distretto, infatti, era un ghetto dove il governo sudafricano rinchiuse decine di migliaia di persone di colore durante la segregazione razziale a Città del Capo.

In questo film, invece, i prigionieri sono extraterrestri precipitati sul nostro pianeta e chiamati con disprezzo gamberoni.

Ridotti in condizioni miserevoli e incapaci di tornare a casa, vivono separati dalla popolazione come reietti indesiderati.

A causa delle continue manifestazioni di protesta degli abitanti di Johannesburg, l’intero distretto deve assolutamente essere trasferito altrove.

Un ufficiale giovane e ingenuo (e raccomandato) ispeziona il campo per organizzare la deportazione degli alieni.

Venendo in contatto con una sostanza sconosciuta, nel suo corpo si innesca un processo irreversibile di mutazione.

Sotto gli occhi stupefatti dei medici, lentamente e inesorabilmente l’uomo inizia a trasformarsi in un gamberone.

Quando poi l’esercito intende farlo a pezzi per poter usare le meravigliose tecnologie aliene, a lui non rimane altra scelta che fuggire nel Distretto 9.

A quel punto, il suo destino sarà per sempre legato a quello degli extraterrestri, che da anni organizzano una fuga da quel luogo infernale.

Fantascienza sociale e Apartheid extraterrestre

District 9 è uno dei migliori film di fantascienza del secondo millennio.

Un opera che unisce l’utile al dilettevole come pochi altri, con scene action di livello eccelso e un contesto politico/sociale di grande impatto.

Psicologicamente, anche l’impatto dell’arrivo alieno sulla terra è molto diverso da tanti altri rivali del genere.

L’iniziale stupore e curiosità umana si trasforma in fretta in abitudine e poi oppressione e sfruttamento.

La segregazione razziale diventa quindi una segregazione di specie, unendo la miseria e l’indifferenza umana all’odio e il razzismo più spregevole.

Gli esempi di luoghi come questo si sprecano, dal suddetto District Six degli anni 80, ai Gulag russi per i prigionieri politici, fino ad arrivare ai terribili campi di sterminio nazisti.

Il lato fantascientifico della storia poi non è da meno, proponendo un originale design delle creature e le loro armi ed esoscheletri da guerra.

Il mistero di un regista scomparso dai radar

Neill Blomkamp esordisce alla regia con questo strepitoso successo internazionale.

Unendo i clamori del pubblico a quelli della critica, infatti, questo film incassa oltre 200 milioni di dollari in tutto il mondo.

Una storia fortemente voluta e legata all’esperienza del regista, nonché prodotta dal geniale collega Peter Jackson.

District 9 segna anche la nascita del sodalizio con il bravissimo Sharlto Copley.

Protagonista versatile, ironico, intelligente e umanamente credibile, l’attore sudafricano ritornerà anche in Elysium e (in versione digitale) in Humandroid.

Entrambi i film hanno un grande ritorno economico e contribuiscono ad aumentare la fama di Blomkamp.

A un certo punto, il regista è dato come certo per la regia di un reboot della celeberrima saga di Alien.

Ma il progetto viene abortito e Ridley Scott riprende in mano il brand, sfornando due ottimi film come Prometheus e Alien Covenant.

Dopodichè (e parliamo del 2015) come uno dei protagonisti dei thriller di Alfred Hitchcock, Blomkamp scompare dalla scena senza lasciare tracce.

Di lui abbiamo soltanto qualche corto postato su youtube, realizzato grazie all’aiuto dell’amica attrice Sigourney Weaver.

Alcune voci danno in uscita per il 2021 un misterioso film chiamato Demonic, ma vista la situazione globale è difficile dare qualcosa per certo.

Aspettando trepidamente il ritorno di questo piccolo regista prodigio, godiamoci intanto District 9, che ad oggi rimane senza dubbio il suo lavoro migliore.

2-  Frost/Nixon – Il duello (2008)

Uomo di fronte e altro uomo di profilo

Frost/Nixon ci permette di vedere l’emozionante realizzazione di uno dei DocuFilm più famosi della storia americana.

Anni dopo la fine della sua carriera a seguito degli scandali e successive dimissioni, Richard Nixon desidera ardentemente tornare nel mondo della politica.

Per riacquistare credibilità verso la popolazione che lo odia, l’ex presidente organizza così un’intervista con il giornalista David Frost.

In realtà Frost, più famoso per la sua vita mondana e come cacciatore di gossip che per la sua reale passione politica, all’inizio è titubante.

Ma si convince poi grazie al cospicuo compenso in denaro e l’opportunità di essere preso finalmente sul serio dai suoi colleghi.

Suddivisa in quattro sessioni di registrazione, l’intervista sarà incentrata sui quattro momenti più delicati della sua vita da presidente.

Nixon è convinto di poter avere facilmente la meglio sul suo interlocutore e dominare la scena schivando qualsiasi domanda avvelenata sul suo passato.

Ma Frost si rivelerà molto più abile e paziente del previsto, circondandosi poi di uno staff di collaboratori estremamente preparati e agguerriti.

Quattro lunghe giornate sul tema della guerra, la politica interna e quella estera, arrivando al punto chiave del documentario nell’ultima sessione.

Sarà infatti attorno allo Scandalo Watergate che verterà il destino del giornalista e l’ex politico.

Da quest’ultimo confronto, uno solo tra loro potrà uscirne vincitore e per l’altro sarà invece l’oblio definitivo di una sordida carriera.

L’occhio della camera non perdona

Frost/Nixon è uno strepitoso duello all’ultima parola tra due protagonisti ambigui e a loro modo ugualmente ingenui e arroganti.

Tutti i dialoghi sono estremamente serrati e affascinanti, nonostante in fondo trattino di argomenti triti e ritriti da decenni.

La messa in scena d’epoca è perfetta e il ritmo è serrato e concitato come un thriller d’azione.

La battaglia in questo caso non avviene con sparatorie, inseguimenti o a colpi di arti marziali.

Ogni sguardo e momento di silenzio durante l’intervista ha lo stesso pathos di un duello western.

Cosi come i piccoli dettagli dei loro occhi o una minuscola goccia di sudore a imperlare la fronte denota la loro paura della sconfitta.

Questo DocuFilm è esageratamente e deliziosamente verboso da vedere, mai noioso e sempre efficace a raggiungere il nocciolo del discorso.

Make America great again

Ron Howard raggiunge la vetta della sua carriera di regista.

L’ex faccia pulita di Happy Days mette finalmente da parte il buonismo patriottico di un certo suo tipo di cinema all’americana.

Pur essendo repubblicano, non si fa problemi nello scavare a fondo nell’ego smisurato di un presidente che ha portato a fondo una nazione divorata dalle divisioni interne.

Frank Langella interpreta con grande classe e convinzione uno degli uomini più unanimemente odiati della storia dell’umanità.

L’ex presidente non viene infatti dipinto come un cattivo monodimensionale votato al male e all’oscurità.

Nel suo delirio di onnipotenza, possiamo infatti scorgere anche piccoli lampi dell’uomo e la sua vita privata.

Dall’altro lato della barricata, Michael Sheen è invece la sua controparte perfetta in tutto e per tutto.

Il simpatico giornalista è infatti sempre gioviale e sorridente verso tutti, imbarcandosi ingenuamente in un’impresa più grande di lui.

Ma grazie alla determinazione dei suoi uomini (tra cui il solito grandioso Sam Rockwell) riesce a mantenere la rotta e arrivare in porto con il suo progetto.

Frost/Nixon racchiude al meglio quel senso di chiusura di cui gli americani avevano bisogno.

Un definitivo punto e a capo per uno dei periodo più cupi e tristi della storia politica a stelle e striscie.

Una vicenda umana di cui tra l’altro, il recente Donald Trump ha seguito tristemente e comicamente la stessa scia.

3- La grande scommessa (2015)

4 uomini dentro 4 frecce

Travolti dalla pandemia COVID che dall’anno scorso a oggi non ci ha ancora mollato, tutti abbiamo forse dimenticato la terribile crisi finanziaria del 2007.

Una sciagura di livello apocalittico che rase al suolo oltre metà dell’intera economia mondiale.

Lasciandosi dietro una scia di disoccupati e senzatetto mai vista prima, senza sapere neanche come, probabilmente ne paghiamo gli effetti ancora oggi.

Ma esattamente cos’è successo durante (e prima ancora) quegli anni oscuri?

Come siamo potuti arrivare a un patatrac di quelle dimensioni senza che nessuno se ne accorgesse?

In realtà qualcuno se n’era accorto eccome, invece, come possiamo vedere in questo divertente e dissacrante DocuFilm.

Nei mesi precedenti la crisi, un piccolo gruppo di persone di ceto ed estrazione differente studiarono a fondo il mercato immobiliare.

Scoprirono così un sistema imbarazzante e basato sull’inconsistenza del valore della carta rispetto a quello reale dei mutui a copertura del valore degli immobili.

Analizzando i freddi numeri, era ovvio che l’implosione di quella bolla era inevitabile e vicina.

Pompato dall’avidità di un gioco senza regole alla spasmodica ricerca del guadagno facile, il sistema collassò su sé stesso improvvisamente e clamorosamente.

Mors tua vita mea

La tua morte è la mia vita, come usavano dire i nostri avi durante i giorni bui del medioevo.

E mai espressione fu tanto calzante come per i protagonisti di questa storia.

Una serie di personaggi fuori dagli schemi, ma tutti inseriti nel mondo della finanza e amati/odiati dai loro colleghi.

Per intelligenza o per pura fortuna, tutti loro intuiscono prima di chiunque altro la catastrofe imminente.

A quel punto investono i loro soldi nell’affare riuscendo a farsi creare delle obbligazioni particolari mai viste prima, i Credit default swap.

Una copertura assicurativa che permette a tutti loro, sostanzialmente, di scommettere sullo Tsunami immobiliare come fosse una partita del campionato.

Una grande scommessa che gli operatori bancari e finanziari accettano immediatamente di buon grado, nella loro stupida e arrogante sicurezza di un mercato incrollabile.

E così, mentre metà della popolazione perdeva il suo posto di lavoro e la loro casa, questi strambi personaggi si sistemavano a vita guadagnando centinaia di milioni di dollari.

O meglio, in realtà loro provano ad avvertire amici, parenti e conoscenti della spada di Damocle pendente su un sistema corrotto fin dalle fondamenta.

Ignorati, derisi e sbeffeggiati, decidono allora di trarre il massimo profitto possibile da un gioco malato che non ha nessuna intenzione di guarire.

The Show Must Go On

Ognuno di questi personaggi è portato in scena alla perfezione da un cast semplicemente divino.

Sopra a tutti svetta Steve Carell nel ruolo di un incontenibile trader finanziario senza problemi nel dire pane al pane in faccia a chiunque.

Arrogante, divertente e profondamente segnato da una triste tragedia familiare, è sicuramente il personaggio che resta più impresso dopo la visione del film.

Christian Bale invece è il matematico geniale pieno di tic e fobie personali che per primo prevede il crollo.

A dispetto dei suoi superiori decide allora di investire il denaro della sua società in questa scommessa.

Insultato e denunciato dai suoi colleghi e clienti, resiste senza mollare o scoraggiarsi, facendo infine guadagnare a tutti oltre due miliardi di dollari.

Semplicemente irresistibili i piccoli cameo di personaggi come Margot Robbie, Selena Gomez e il famoso cuoco Anthony Bourdain.

Senza peli sulla lingua o inutili giri di parole, questi piccoli momenti ci spiegano in termini semplici il complicato linguaggio usato dai banchieri.

Un grande lavoro di onestà da parte di Adam McKay, alla direzione di un film che riesce a fare parzialmente luce su uno dei più grandi fallimenti della nostra società moderna.

Il regista proverà poi a riproporre la formula, in modo ahimè un pò confusionario, con Vice – L’uomo nell’ombra, spietato e cinico ritratto della vita di Dick Cheney.

La grande scommessa invece funziona alla perfezione in ogni suo aspetto ed è un DocuFilm da fare vedere in tutte le scuole del mondo, quando finalmente riapriranno.

Augurandomi che, se avrete l’occasione di vederli, almeno uno di questi DocuFilm sia di vostro gradimento, concludo ricordandovi che per ulteriori idee e consigli potete collegarvi al mio sito:

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