“Gli anni” degli 883: nostalgia, compagnie e vita negli anni ’80

Se Gino Paoli ha raccontato il tempo che cambia le persone, gli 883 raccontano quello che il tempo lascia nei ricordi. E Gli anni descrive proprio questo, quasi in una sequenza di immagini che appartengono a tutti: le compagnie, i motorini, le sere che sembravano tutte uguali e che invece, a distanza di anni, sono diventate irripetibili.

1995

Il 1995 è un anno di passaggio, non solo per Gli anni, ma per tutto quello che c’era intorno. In Italia sono gli anni successivi a Mani Pulite, con una politica che sta ancora cercando una nuova forma e nuovi riferimenti. Al cinema arrivano storie che parlano di identità e cambiamento, mentre la musica si divide tra chi guarda avanti e chi, invece, comincia già a voltarsi indietro. È l’epoca delle cassette che resistono accanto ai CD, delle radio sempre accese, delle classifiche che mescolano pop, rock e cantautorato.

In questo contesto, gli 883 fanno qualcosa di diverso: prendono un presente ancora vivo e lo raccontano come se fosse già memoria. E forse è proprio questo che rende quella canzone così immediata e, allo stesso tempo, così duratura.

Gli anni

C’erano le compagnie. Non gruppi organizzati, non chat, non appuntamenti fissati con precisione: compagnie. Quelle che si formavano quasi per caso e che, senza bisogno di spiegazioni, diventavano il tuo posto nel mondo.

C’erano i motorini. Non erano solo un mezzo di trasporto, erano una conquista. Il primo pezzo di libertà, rumoroso e instabile, che ti portava sempre negli stessi posti, ma con la sensazione di poter andare ovunque.

E poi c’erano le sere. Lunghe, tutte uguali, sempre diverse. Si stava lì, sotto casa, in piazza, su una panchina, senza fare niente di preciso. Eppure, succedeva sempre qualcosa: una risata, una discussione spesso legata al calcio, una musica che arrivava da lontano.

Non c’era bisogno di molto. Bastava esserci.

Qualcuno arrivava in ritardo, qualcuno non arrivava proprio. Qualcuno cambiava giro, qualcuno spariva senza spiegazioni, qualcun altro si aggiungeva. Ma la compagnia restava, come un punto fermo in mezzo a tutto il resto.

E il tempo, allora, sembrava non avere fretta. Le giornate passavano lente, le settimane si somigliavano, gli anni non facevano paura. Erano semplicemente gli anni.

Una canzone d’amore

Poi, senza un momento preciso, tutto cambia. Non c’è un giorno esatto, non c’è una decisione consapevole. Succede e basta.

Le compagnie si diradano. I motorini vengono sostituiti dalle automobili. Le sere si accorciano, si riempiono di impegni, di orari, di responsabilità.

Arrivano il lavoro, gli studi, i figli, le scelte che sembrano definitive. Le giornate iniziano ad avere un peso diverso, un ritmo diverso. Non c’è più tempo per stare senza fare niente, o forse non lo si cerca più allo stesso modo.

Ci si vede meno. Poi sempre meno. Poi quasi più.

Ci si promette di rivedersi, di organizzare qualcosa, di non perdersi. E paradossalmente ci si perde proprio adesso, quando sarebbe più facile restare in contatto: con i telefoni sempre accesi in tasca, i messaggi, le chat di gruppo. Strumenti che allora non c’erano, ma che non bastano a tenere insieme quello che, un tempo, stava in piedi da solo.

E senza accorgersene, passano settimane, mesi, anni.

E quelle facce, che erano state quotidiane, diventano ricordi. Non spariscono del tutto, ma smettono di essere presenti. Rimangono legate a un tempo preciso, a un modo di essere che non esiste più, ma che continua a farsi sentire, ogni tanto, all’improvviso.

Tieni il tempo

Eppure, qualcosa resta.

Resta quella sensazione difficile da spiegare, che riaffiora all’improvviso. In una strada, in una musica, in una sera d’estate che assomiglia a tutte le altre.

Gli anni racconta proprio questo: una storia collettiva, un tempo passato insieme. Un tempo di cui non ci si rendeva conto di quanto fosse importante, perché sembrava infinito.

Gli 883, e soprattutto Max Pezzali, non cercano di spiegare, né di insegnare. Mettono in fila immagini, e lasciano che ognuno ci trovi le proprie.

Le compagnie, il motorino, le sere senza scopo: dettagli semplici, quasi banali. Ma è proprio in quella semplicità che si nasconde qualcosa che riguarda tutti.

883

Gli 883 nascono da un’amicizia, prima ancora che da un progetto musicale: quella tra Max Pezzali e Mauro Repetto. Due ragazzi di provincia che, all’inizio degli anni ’90, riescono a raccontare un mondo che fino a quel momento era rimasto ai margini della musica italiana: quello delle periferie, delle vite normali, delle ambizioni piccole ma autentiche.

Dopo il successo degli esordi, le strade si dividono, ma il progetto continua, evolvendosi insieme a chi lo ascolta. E oggi, a distanza di anni, quella storia è tornata anche sullo schermo, pronta a proseguire con una nuova stagione: segno che non si tratta solo di nostalgia, ma di un racconto che ha ancora qualcosa da dire.

La donna il sogno & il grande incubo

Perché in fondo non importa davvero chi c’era, né dove. Importa che, per un periodo, siamo stati tutti lì.

In una compagnia, su un motorino, a riempire il tempo senza accorgercene. A pensare, senza dirlo, che quegli anni non sarebbero mai finiti.

E invece sono passati.
Ma non sono mai andati via davvero.

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Lele Boccardo
Lele Boccardo
(a.k.a. Giovanni Delbosco) Direttore Responsabile. Critico musicale, opinionista sportivo, pioniere delle radio “libere” torinesi. Autore del romanzo “Un futuro da scrivere insieme” e del thriller “Il rullante insanguinato”. Dice di sè: “Il mio cuore batte a tempo di musica, ma non è un battito normale, è un battito animale. Stare seduto dietro una Ludwig, o in sella alla mia Harley Davidson, non fa differenza, l’importante è che ci sia del ritmo: una cassa, dei piatti, un rullante o un bicilindrico, per me sono la stessa cosa. Un martello pneumatico in quattro: i tempi di un motore che diventano un beat costante. Naturalmente a tinte granata”.
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