Rosalba Castelli, un’arte Rosso Indelebile

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Rosso Indelebile, queste parole, “queste e non altre”, sono il fil rouge che l’artista Rosalba Castelli ha mosso per tutta Torino. A partire dal 23 novembre. Un percorso che ha portato a scoprire come l’arte possa farsi portavoce di un messaggio. Un’arte declinata in tanti modi. Con la pittura, la danza, l’espressione corporea. Ma anche con la musica, la narrazione, essenzialmente con la voglia di dire che il tempo della violenza, di qualsiasi genere di violenza, deve finire.

Muta come le pareti di una cella

Il lavoro pittorico di Rosalba Castelli è un’installazione in cui la tela si trasforma in una parete di una delle piccole celle del Museo del Carcere “Le Nuove”. In quella cella, l’artista è rimasta per un giorno intero. Ha interiorizzato il senso di soffocamento e di prigionia. Ha scoperto una donna violata nella carne e nello spirito, privata della propria libertà. Una donna soggiogata e schiacciata da una situazione che è troppo grande per le proprie forze.

Donna nuda dentro cella con scritta rosso Indelebile opera di Rosalba Castelli
Rosso Indelebile di Rosalba Castelli

Una situazione che è muta come le pareti della cella. Fredda e deprimente come le sbarre che incontra lo sguardo dell’osservatore prima di posarsi sul dipinto. La violenza subita imprigiona l’anima come la cella fa con il corpo. Sulle pareti i segni dei vani tentativi di fuga e la scritta “indelebile”. Come una cicatrice che rimane sulla pelle. Un sangue che non si riesce a levare, che non serve a nulla cercare di lavare. Il corpo è spogliato di tutto perché ciò che resta è solo più rassegnazione e silenzio che grida dentro.

Rosso Indelebile

Rosso Indelebile è il titolo, oltre che del progetto, anche del monologo di Rosalba Castelli. “Una chiusura del cerchio” spiega Rosalba “scritto di getto dopo giorni di silenzio durante il mio ultimo cammino in solitaria, una folgorazione che mi ha chiarito, a posteriori, la scelta del nome che avevo dato all’intero progetto “Rosso Indelebile”.
Quelle parole, “quelle e non altre” saranno la colonna sonora che ispirerà il movimento, la lentezza, la convulsione di un resoconto
“.

La trasfigurazione del corpo

E il movimento è la lentezza si ritrovano in “Muta la pelle”. Una performance o meglio un’azione di espressione corporea. Eseguita da quattro performers: Claudia Appiano, Cristina Schembari, Henni Rissone e Rosalba Castelli. Un movimento corporeo che prende ispirazione dal butoh. Cioè una danza contemporanea attiva in Giappone dagli anni cinquanta. In cui giocano un ruolo importante la trasformazione e la trasfigurazione del corpo. Ma anche l’interiorizzazione del sentimento e l’assunzione di una forma che spesso trae ispirazione da elementi della natura.

Muta la pelle del mondo

“In realtà nasce come Muta la pelle del mondo – spiega la Castelli -. Una manifestazione per i morti del Mediterraneo e organizzata il 31 marzo di quest’anno a Torino. Una camminata lenta e silente per le strade, un modo per mettere in risalto l’indifferenza di fronte alla tragedia”. In realtà anche un modo per dire che le razze si fondono e si confondono. Un gioco di parole perché la pelle cambia, muta, ma è anche il mutismo dello stare attoniti di fronte alla tragedia.

Il percorso verso l’uscita

A prendere corpo nel progetto di Rosso Indelebile della Castelli anche la serie di 21 fotografie di Alessandra Ferrua. Selezionate tra gli scatti fatti durante il lavoro al Carcere “Le Nuove”. La Ferrua vuole suggerire all’osservatore un percorso. Il cui inizio è rappresentato dall’ingresso nel carcere, metafora della violenza, e la fine dall’uscita.

Foto nelle celle, parte del. Progetto Rosso Indelebile. Una donna nuda cerca di uscire dalla prigionia. Foto biancone nero
Immagini scattate nelle celle del Carcere Le Nuove

Il percorso centrale è caratterizzato inizialmente da toni scuri e cupi che si trasformano in immagini caleisdoscopiche. Il tutto per rappresentare un’elaborazione che porta poi ad altre immagini, sempre più chiare, fino ad arrivare alla liberazione dalla condizione di violenza.

Fotografo le anime

“Ho voluto insistere su una rappresentazione che fosse propositiva e positiva – spiega la Ferrua -. Quando mi chiedono di spiegare le mie fotografie, sono sempre in difficoltà perché mi piace pensare che chi le osserva possa in qualche modo immedesimarsi e vederci parte delle proprie esperienze e emozioni”.
La scelta del bianco e nero viene motivata da Ferrua per mezzo di una citazione di Ted Grant: “Quando si fotografano le persone a colori, si fotografano i loro vestiti, ma quando si fotografano in bianco e nero, si fotografano le loro anime. (Ted Grant)”.

L’intervista che ci ha rilasciato e che vi invito a guardare, è poi una chiacchierata davvero toccante.