La legge di Lidia Poët, la serie Netflix che racconta una donna rivoluzionaria

Tra le produzioni italiane più riuscite degli ultimi anni, La legge di Lidia Poët si ritaglia un posto speciale. La serie Netflix conquista perché mescola investigazione, dramma storico, ironia e una protagonista impossibile da dimenticare. Al centro c’è una donna che non accetta il ruolo deciso dagli altri e sceglie di lottare con intelligenza, eleganza e ostinazione. Il risultato è una fiction capace di intrattenere e, nello stesso tempo, di riportare alla luce una pagina importante della storia italiana. Dopo due stagioni molto amate dal pubblico, il racconto arriva al capitolo finale con una terza stagione che chiude il percorso senza perdere energia né identità.

La vera Lidia Poët: la donna che apre una porta rimasta chiusa per secoli

Prima della protagonista della serie c’è una figura reale di enorme valore storico, e la sua vita merita molto più di una semplice nota biografica. Lidia Poët nasce nel 1855 a Traverse, nella valle germanasca del Piemonte, in una famiglia valdese, colta e attenta al valore dell’istruzione. In un’Italia appena unificata, dove alle donne vengono concessi spazi limitati e ruoli già decisi, sceglie un percorso quasi impensabile per il suo tempo: studiare legge.

Si laurea in giurisprudenza all’Università di Torino con una tesi dedicata alla condizione femminile e al sistema carcerario. È già il segno di una mente moderna, concreta, interessata ai diritti e alle contraddizioni sociali. Dopo il praticantato ottiene l’iscrizione all’albo degli avvocati di Torino, diventando la prima donna ammessa alla professione in Italia. Quel risultato, però, viene subito cancellato: la Corte d’Appello revoca l’iscrizione sostenendo che una donna non sia adatta a esercitare in tribunale.

Per molti sarebbe il punto finale. Per Lidia diventa invece l’inizio di una lunga resistenza. Continua a collaborare nello studio del fratello Enrico, segue cause civili e penali, approfondisce il diritto internazionale, partecipa al dibattito pubblico sui diritti femminili e sul sistema penitenziario. Anno dopo anno trasforma un torto personale in una battaglia collettiva.

Nel 1919 una nuova legge consente finalmente alle donne l’accesso a diverse professioni pubbliche. Nel 1920 Lidia Poët entra ufficialmente nell’Ordine degli Avvocati. Ha 65 anni e porta con sé il peso di decenni di esclusione, studio e determinazione.

La sua conquista supera il piano individuale. Apre una strada concreta per generazioni di professioniste, dimostra che il talento non ha genere e costringe le istituzioni a cambiare. È questo il cuore della sua eredità. La serie Netflix immagina, romanza e spettacolarizza alcuni aspetti della vicenda, ma conserva l’essenziale: la forza di una donna che rifiuta di farsi definire dai limiti imposti dagli altri.

Le prime due stagioni: casi da risolvere, passioni e libertà da conquistare

Nelle prime due stagioni, Lidia si muove in una Torino elegante e severa, dove ogni passo femminile fuori dagli schemi provoca scandalo. Dopo essere stata esclusa dall’albo, rifiuta il ruolo marginale che la società vorrebbe imporle e continua a lavorare accanto al fratello Enrico, dentro uno studio legale che spesso la ostacola ma non può fare a meno del suo talento.

Ogni episodio intreccia un nuovo caso giudiziario con la vita privata dei personaggi. Omicidi, eredità contese, ricatti, segreti domestici e verità nascoste dietro facciate irreprensibili permettono a Lidia di dimostrare, puntata dopo puntata, quanto il suo sguardo sia più libero e moderno rispetto a quello dei colleghi uomini. Le indagini non seguono mai uno schema rigido: spesso partono da dettagli trascurati, intuizioni brillanti o dalla capacità di ascoltare chi nessuno considera.

Parallelamente cresce il lato emotivo del racconto. I rapporti familiari si complicano, gli equilibri sociali vacillano, l’attrazione con il giornalista Jacopo apre spazi di leggerezza ma anche tensione. La seconda stagione allarga il mondo narrativo, rende i personaggi più sfumati e mostra una Lidia ancora più consapevole del prezzo della propria indipendenza.

La terza e ultima stagione: il finale che alza davvero la posta

La terza stagione accompagna Lidia verso passaggi decisivi, personali e professionali. Il suo nome ormai circola con rispetto e fastidio allo stesso tempo: molti riconoscono il suo valore, altri continuano a considerarla una minaccia all’ordine stabilito. Da questa tensione nascono i nuovi episodi, dove i casi affrontati toccano interessi più alti e ambienti ancora più chiusi.

Le indagini diventano più complesse e meno lineari. Non si tratta soltanto di scoprire un colpevole, ma di leggere meccanismi di potere, convenienze politiche, reputazioni costruite ad arte. Anche la sfera privata entra in una fase delicata: affetti, alleanze e desideri chiedono scelte nette. Lidia capisce che crescere significa anche rinunciare a qualcosa, senza perdere sé stessa.

Il capitolo conclusivo punta sulla maturità del personaggio e sulla chiusura dei principali archi narrativi. Il tono resta vivace, brillante, spesso ironico, ma aggiunge una nota più intensa. È un finale che non tradisce l’identità della serie e accompagna la protagonista verso il destino che il pubblico aspetta fin dall’inizio.

La scena finale, in perfetto stile “The Crown” è semplicemente da antologia della fiction (guardare per credere).

Un cast perfettamente in parte

Uno dei punti di forza della serie resta il cast. Matilda De Angelis (Lidia Poët) guida il racconto con carisma naturale, energia moderna e una sensibilità che rende Lidia viva in ogni scena. Non interpreta soltanto una donna ribelle: le regala ironia, fragilità, ambizione e fascino.

Accanto a lei, Eduardo Scarpetta (Jacopo Barberis) porta leggerezza e sfumature in un personaggio brillante e imprevedibile. Pier Luigi Pasino (Enrico Poët), offre solidità e misura, incarnando bene il rigore del mondo legale e familiare che circonda Lidia. Fondamentale anche Sara Lazzaro (Teresa Barberis), la cognata di Lidia: elegante, intelligente, solo in apparenza allineata alle regole del suo tempo. Il suo personaggio aggiunge sensibilità, equilibrio e uno sguardo femminile diverso ma complementare a quello della protagonista.

Anche il resto del gruppo funziona con precisione: nessuna presenza appare fuori tono, nessun ruolo sembra casuale. Tutti entrano davvero nei personaggi e contribuiscono a rendere credibile l’universo della serie.

Torino e i costumi: eleganza sabauda in ogni dettaglio

La Torino della serie non fa solo da sfondo: diventa protagonista silenziosa. Strade ordinate, palazzi austeri, caffè raffinati, piazze solenni e interni borghesi costruiscono un’atmosfera profondamente “sabauda”. La città appare rigorosa, composta, quasi trattenuta, ma sotto quella superficie lascia emergere passioni, contraddizioni e cambiamento. La ricostruzione scenica convince in ogni dettaglio e regala alla serie un’identità visiva fortissima.

I costumi meritano un discorso a parte. Sono semplicemente impeccabili: ricchi senza eccessi, accurati, narrativi. Ogni abito racconta il rango sociale, il carattere, la distanza tra borghesia, nobiltà e gente comune. Il livello qualitativo richiama produzioni internazionali come “The Gilded Age”, ambientata nello stesso periodo storico. Qui l’eleganza non serve solo a decorare, ma diventa linguaggio.

La legge di Lidia Poët

Il merito più grande della serie sta nel rendere attuale una figura storica spesso dimenticata. La vera Lidia Poët apre una strada concreta nel mondo del diritto, mentre la fiction trasforma quella battaglia in un racconto capace di arrivare a tutti.

Dietro i misteri, i salotti, gli abiti e il romanticismo resta una domanda molto semplice: chi decide cosa una donna può fare? È per questo che La legge di Lidia Poët funziona così bene. Racconta il passato, ma guarda dritto negli occhi il presente.

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Lele Boccardo
Lele Boccardo
(a.k.a. Giovanni Delbosco) Direttore Responsabile. Critico musicale, opinionista sportivo, pioniere delle radio “libere” torinesi. Autore del romanzo “Un futuro da scrivere insieme” e del thriller “Il rullante insanguinato”. Dice di sè: “Il mio cuore batte a tempo di musica, ma non è un battito normale, è un battito animale. Stare seduto dietro una Ludwig, o in sella alla mia Harley Davidson, non fa differenza, l’importante è che ci sia del ritmo: una cassa, dei piatti, un rullante o un bicilindrico, per me sono la stessa cosa. Un martello pneumatico in quattro: i tempi di un motore che diventano un beat costante. Naturalmente a tinte granata”.
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