Italiani e il sesso: a che età “la prima volta” e quante persone fanno sexting? Il Rapporto Censis «Il piacere degli italiani. Come cambiano i costumi sessuali» e com‘è cambiata la sessualità negli ultimi venticinque anni
Per anni l’Italia ha raccontato il sesso con il linguaggio della commedia. Mezze frasi, doppi sensi, allusioni da cinepanettone, in famiglia il perbenismo imponeva il veto su un argomento tabu, salvo improvvise illuminazioni dopo mezzanotte in televisione, quando i bambini (e per alcuni, anche la moglie) erano a nanna. Poi qualcosa è cambiato. O forse, semplicemente, il prime time televisivo ha sdoganato e normalizzato quelle che possiamo definire “scene di vita quotidiana”.
Lo streaming ha completato l’opera.
Ma la normalizzazione della visione di sexual explicit contents ha anche sdoganato comportamenti sociali: i dati del nuovo rapporto del Censis sul piacere e sui comportamenti sessuali degli italiani mostrano una trasformazione profonda, lenta, quasi geologica. Una rivoluzione tranquilla, senza particolari scossoni o cambiamenti traumatici.
La prima volta, l’amore (Pooh)
Il primo dato sugli italiani e il sesso sorprende subito: i ragazzi iniziano più tardi rispetto a venticinque anni fa. Nel 2000 aveva avuto il primo rapporto prima dei 18 anni il 46,7% dei maschi. Oggi la quota scende al 29,4%. Tra le donne succede l’opposto: si passa dal 29,3% al 35,8%.
Praticamente, il 70% dei ragazzi arriva puro e illibato alla maggiore età, mentre le donne sono comunque poco meno del 65%.
Sarebbe interessante capire quando arriva il secondo partner sessuale, ma questa è un’altra storia, del resto, un mio amico di Milano dice sempre che la seconda è stata a 15 anni, la prima non conta perché “un colpo di fortuna capita a tutti”.
L’Italia sessuale di oggi sembra quindi meno dominata dalla pressione maschile della “prima volta” come rito identitario. Per decenni il ragazzo italiano ha portato addosso l’obbligo implicito della prestazione precoce, quasi fosse un esame di maturità parallelo a quello scolastico. Oggi quel copione appare meno rigido.
Le ragazze invece occupano uno spazio diverso rispetto al passato. Scelgono, sperimentano e raccontano. La sessualità femminile entra nella sfera pubblica senza il peso della confessione clandestina. Il cambiamento più forte emerge proprio qui: nel passaggio dalla tolleranza maschile alla legittimazione femminile del desiderio.
E forse il vero terremoto culturale parte da questa semplice scena: una donna che parla della propria vita sessuale senza pudori e con un senso di fierezza.
Sono un pirata, sono un Signore (Julio Iglesias)
Per decenni l’immaginario italiano ha celebrato il maschio come un accumulatore seriale di conquiste. Una figura da bar dello sport, metà latin lover e metà contabile del desiderio. Oggi i numeri raccontano un’altra storia.
Gli uomini con un solo partner passano dal 24,9% al 15,2%, mentre chi dichiara sei o più partner resta quasi stabile. Il dato maschile, quindi, cambia meno di quanto ci si aspetterebbe.
La vera accelerazione riguarda invece le donne.
Nel 2000 quasi il 60% dichiarava un solo partner nella vita. Oggi la quota scende al 27,6%. Crescono le esperienze, aumenta la pluralità relazionale, si amplia il repertorio sentimentale. Le donne con sei o più partner passano dall’8,4% al 21,8%.
Il dato interessante riguarda soprattutto il modo in cui la società percepisce questi numeri. Negli anni Novanta una donna sessualmente libera finiva spesso per essere classificata in categorie morali rigide, quelle dei facili costumi, per intenderci. Oggi il giudizio sociale non è più così spietato, soprattutto tra le generazioni urbane e più istruite. La libertà sessuale femminile entra nella normalità statistica.
Questo non significa che l’Italia sia diventata improvvisamente scandinava. Restano differenze territoriali, culturali e religiose, ma il vecchio doppio standard si indebolisce. Il maschio conquistatore perde la sua centralità narrativa mentre la donna desiderante conquista spazio simbolico.
Anche il linguaggio cambia. Meno “brava ragazza”, meno “uomo vissuto”, ma il tutto legittimato dal concetto allargato di “più esperienza, più compatibilità e più ricerca – e scoperta – personale, identificando la sessualità come un elemento fondamentale della ricerca – e scoperta – dell’identità individuale.
Con una conseguenza curiosa: l’epoca che parla continuamente di sesso sembra molto meno ossessionata dal giudizio rispetto al passato.
Per sempre sì (Sal Da Vinci)
A guardare social network, dating app e cronache sentimentali, qualcuno potrebbe immaginare un’Italia dominata dal caos erotico permanente. Invece i dati sugli italiani e il sesso raccontano una sorprendente voglia di stabilità. L’80,4% degli italiani vive la sessualità esclusivamente dentro una relazione stabile. Una percentuale altissima, quasi rassicurante, se non fosse per la percentuale di separazioni che pesa sull’altro piatto della bilancia.
Ma attenzione a non fare l’errore di credere che la modernità sessuale, quindi, cancelli la coppia. Semplicemente, la trasforma. Le persone cercano libertà, sperimentazione, autenticità e allo stesso tempo continuano a investirsi emotivamente nelle relazioni durature. L’idea romantica della stabilità conserva fascino anche nell’epoca delle chat che spariscono dopo ventiquattro ore.
Qui emerge uno dei passaggi più interessanti del rapporto Censis. Il 67% degli italiani pensa che nelle relazioni lunghe, la noia non rappresenti un destino inevitabile. In pratica gli italiani sembrano dire che la passione richiede manutenzione, fantasia e conversazione. Una frase che avrebbe fatto sorridere molti padri italiani degli anni Ottanta, cresciuti dentro una cultura sentimentale molto più rigida.
Anche la soddisfazione sessuale segue questa direzione. Il 68,9% delle persone in coppia stabile si dichiara soddisfatto della propria vita sessuale, mentre tra i single il dato crolla al 29,8%.
La fotografia appare chiara: il desiderio contemporaneo cerca varietà, però cerca anche continuità emotiva. L’idea del libertinismo permanente funziona bene nelle serie televisive e nei racconti da aperitivo, ma la vita reale sembra preferire connessioni solide, intimità costruita nel tempo e una certa dose di complicità quotidiana.
Forse perché il sesso, alla lunga, diventa soprattutto linguaggio relazionale. E i linguaggi migliori funzionano quando due persone imparano davvero a parlarsi
Sex over the phone (Village People)
Una volta il telefono serviva per dire “attacca prima tu”. Oggi dentro lo smartphone passa una parte enorme della vita erotica contemporanea. Il rapporto Censis descrive una sessualità digitale ormai pienamente integrata nelle abitudini degli italiani, soprattutto tra i più giovani.
Il 32,5% degli italiani dichiara di avere conosciuto partner sessuali tramite social media. Una cifra enorme se si pensa alla velocità con cui è cambiato il paesaggio relazionale. Nel 2000 internet produceva ancora il rumore gracchiante del modem: oggi le relazioni iniziano con un reel, un cuore, una reaction. Il 37% dei 18-34enni, ricevono immagini di tipo pornografico, mentre il dato cala se parliamo di persone tra i 44 e i 60 anni.
Interessante il dato dei selfie: si fotografano o si riprendono per video durante i rapporti sessuali il 15,9% dei 18-34enni, il 17,9% dei 35-44enni, l’11,6% dei 45-60enni.
Il sexting coinvolge il 43,4% dei giovani tra 18 e 34 anni. Le immagini intime circolano con naturalezza crescente. Anche pratiche un tempo considerate marginali entrano nella quotidianità digitale: masturbazione a distanza, video durante i rapporti e scambio di contenuti erotici.
Eppure, questa trasformazione porta con sé una specie di paradosso emotivo. Mai così tante occasioni di contatto, mai così tanta fatica nel creare connessioni profonde e lo smartphone amplia le possibilità e insieme aumenta la dispersione affettiva, ma di trombare seriamente non se parla.
Pop Porno (Il Genio)
Per anni il porno è rimasto il convitato di pietra della cultura italiana. Tutti sapevano, ma pochi parlavano. Oggi invece il consumo appare dichiarato, quasi normalizzato. Il 59,3% degli italiani guarda pornografia da solo. Tra gli uomini la quota supera il 76%, mentre tra le donne arriva al 41,5%.
Ancora più interessante il dato sul porno visto in coppia: il 26% degli italiani lo considera parte dell’esperienza condivisa e qui emerge un cambiamento culturale enorme: la pornografia entra nel territorio della complicità relazionale, perde l’aura clandestina e assume perfino una funzione pedagogica. Il 38,9% degli italiani ritiene infatti che i porno insegnino qualcosa di utile per migliorare la sessualità.
Naturalmente questa trasformazione apre questioni enormi. Il porno contemporaneo influenza aspettative, estetica del corpo, immaginario erotico e linguaggio del desiderio. Intere generazioni crescono con una disponibilità infinita di immagini sessuali e qualunque fantasia appare raggiungibile in pochi secondi.
Il rischio riguarda soprattutto la costruzione dell’intimità reale. Il porno accelera, spettacolarizza e intensifica il rapporto sessuale, mentre la vita vera procede con tempi, diciamo, più lenti, imperfezioni, esitazioni e ironie involontarie, anche perchè nessuna colonna sonora cinematografica accompagna la ricerca del preservativo sul comodino.
Eppure, gli italiani sembrano affrontare il tema del sesso in pornografia con crescente pragmatismo, meno scandalo e meno moralismo. Una trasformazione che racconta bene il passaggio culturale degli ultimi venticinque anni: il sesso smette di essere terreno proibito e diventa materia di consumo, discussione e autorappresentazione.
Con tutti i vantaggi, svantaggi, semplificazioni e complicazioni che questo comporta.
Disperato Erotico Stomp (Lucio Dalla)
Un tempo certe pratiche vivevano ai margini del racconto pubblico. Oggi entrano nelle statistiche ufficiali: il dato sui rapporti a tre o più persone fotografa perfettamente questo passaggio culturale. Tra le donne si passa dallo 0,7% al 6,8%, meglio per gli uomini che salgono dal 3,2% al 20,1%.
La crescita racconta soprattutto una maggiore disponibilità a dichiarare esperienze considerate trasgressive. L’Italia appare più aperta verso la sperimentazione, almeno sul piano simbolico. Serie televisive, piattaforme streaming, social network e cultura pop hanno ampliato enormemente il repertorio erotico collettivo.
La fantasia sessuale entra nel mainstream. Perde il sapore clandestino e assume il tono della curiosità condivisa. Le nuove generazioni crescono dentro un ecosistema culturale che presenta identità, orientamenti e pratiche con molta più visibilità rispetto al passato.
Anche qui però emerge la tipica doppiezza italiana. Grande apertura narrativa, forte desiderio di stabilità privata che induce a pensare che gli italiani sembrino vivere una sessualità più fluida nell’immaginario piuttosto che nella pratica quotidiana.
Forse proprio questa miscela rende interessante il cambiamento italiano. Certamente l’Italia resta un Paese sentimentale, familiare e relazionale, con la differenza che dentro quella struttura convivono anche esperienze molto più varie rispetto a venticinque anni fa. E il confine tra normalità e trasgressione appare sempre più sfumato.
Io di te non ho paura (Emma Marrone)
La parte più delicata del rapporto Censis sugli italiani e il sesso riguarda il consenso e le identità di genere. Partiamo dal consenso.
Qui l’Italia mostra insieme avanzamenti culturali e profonde ambivalenze. Il 66,1% degli italiani ritiene possibile capire sempre quando una donna non desidera un rapporto sessuale. Ne sono convinti il 60,6% degli uomini e il 71,7% delle donne; il 60% dei 18-34enni, il 69,5% dei 35-44enni e il 68,8% dei 45-60enni.
Un dato importante, che segnala una maggiore attenzione alla cultura del consenso.
Eppure, quasi la metà degli italiani pensa ancora che alcuni comportamenti femminili possano esporre maggiormente al rischio di violenza sessuale. Il dato attraversa generazioni e generi in modo sorprendentemente uniforme.
Il 47% degli italiani concorda con l’idea che indossare determinati abiti o adottare taluni comportamenti come l’uso di droghe o l’eccessiva assunzione di alcol espongano le donne al rischio di subire violenza sessuale. Lo pensa il 39,2% dei 18-34enni, il 46,8% dei 35-44enni, il 52,6% dei 45-60enni, il 47,1% dei maschi e il 46,9% delle femmine.
Qui emerge il nodo centrale della cultura italiana contemporanea: la società evolve più rapidamente dei suoi riflessi culturali profondi. Le nuove sensibilità convivono con vecchi schemi mentali.
Come to my window (Melissa Etheridge)
Anche sul tema dell’identità di genere il quadro appare significativo. Il 16,3% degli italiani dichiara di non riconoscersi in una identità esclusivamente maschile o femminile. Tra i giovani il dato supera il 21%, a fronte dell’1% dei 45-60enni.
Tra coloro che hanno conoscenza di cosa siano i movimenti LGBTQIA+, il 58,3% ritiene che siano importanti perché combattendo le discriminazioni migliorano la società.
Per molti adulti cresciuti nel Novecento questa trasformazione appare enorme. Le categorie identitarie si moltiplicano, il linguaggio cambia e i codici sociali diventano più fluidi. Eppure, il dato forse più importante riguarda la percezione delle discriminazioni: il 75,7% degli italiani pensa che nel Paese esistano ancora troppe discriminazioni verso persone non eterosessuali o non cisgender.
L’Italia sessuale di oggi quindi appare più aperta, più complessa e anche più consapevole delle proprie fragilità culturali. Un Paese in transizione permanente, dove il desiderio cambia forma molto più velocemente delle abitudini mentali.
E forse, a ben guardare, non è cambiato il desiderio: è cambiato il modo in cui impariamo a raccontarlo. E a raccontarci.
Immagine di copertina generata con AI.
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