Dai riflettori di Amici di Maria De Filippi agli oltre 300 concerti al fianco di Dodi Battaglia dei Pooh, fino al suo ultimo singolo Push The Button, il percorso di Costanzo Del Pinto si è snodato in questi anni tra ricerca discografica e un’instancabile attività live. La sua voce unica e graffiante gli ha permesso di condividere il palco con artisti del calibro di Marco Masini, Mario Biondi, Luca Carboni e Gigi D’Alessio, consolidando la sua presenza nella scena musicale italiana. Nei suoi live, classici d’autore e rock internazionale si fondono con le sue identità di polistrumentista e grande interprete.


Dove finisce il talent e inizia il talento
C’è un momento preciso, quasi impercettibile, in cui le luci di uno studio televisivo si spengono e lasciano spazio al silenzio del mondo reale.
Anche il protagonista di questa storia ha attraversato quell’istante, indossando la maglia blu nella squadra di Miguel Bosé, all’interno dell’esperienza di Amici di Maria De Filippi, prima di intuire che il viaggio vero cominciava fuori dal perimetro del format.
Per anni la narrazione della “grande occasione” è stata raccontata come una sequenza lineare. Ma i talent show non producono soltanto musica: costruiscono un immaginario di trasformazione accelerata.
Una versione contemporanea del mito di Cenerentola, dove la scarpetta diventa un contratto discografico e la carrozza si trasforma in promozione, firmacopie e rotazioni radiofoniche.
Il punto critico è che questo sistema amplifica tutto, ma raramente concede il tempo necessario per comprendere cosa si sta diventando. Il risultato è un ecosistema che consuma identità più velocemente delle carriere. Basta osservare le varie edizioni per avere un quadro che somiglia più a una lotteria che a una selezione.
Il talento, quello autentico, emerge quando il rumore si abbassa.
La sostanza oltre il format
In questo appuntamento di Masterclass, la rubrica di Zetatielle Magazine dedicata alle eccellenze della musica italiana, il racconto si sposta dove la musica non è mera rappresentazione televisiva, ma pratica quotidiana. Le luci dei riflettori lasciano spazio alle persone sotto il palco: nessun artificio, resta solo il rapporto diretto tra artista e pubblico.
Costanzo Del Pinto è una di quelle voci che non hanno bisogno di essere introdotte con enfasi. Il percorso costruito sui palchi italiani ed esteri parla da sé: timbro ricco, tecnica solida e la capacità di attraversare generi diversi senza mai perdere la propria personalità.
Questa qualità lo ha portato a condividere la scena con alcuni dei nomi più riconoscibili della musica italiana contemporanea: Luca Carboni, Mietta, Silvia Mezzanotte, Marco Masini, Mario Biondi e Gigi D’Alessio. Collaborazioni che non sono semplici apparizioni, ma veri incontri artistici all’interno di un settore che richiede affidabilità, oltre che talento vocale.
Ci sono poi passaggi meno visibili, ma decisivi. Come la partecipazione ai format live di Red Ronnie, dove la dimensione cambia radicalmente: nessuna produzione, nessuna protezione scenica, solo una chitarra e la voce. È in quel contesto che si misura la verità di un interprete: senza effetti, senza rete, senza mediazioni.
Dodi Battaglia
Nel tempo, Costanzo Del Pinto è evoluto dall’immagine televisiva di Amici verso una figura più matura e consapevole, pur mantenendo sempre l’aria dell’eterno ragazzino. Modi semplici, nessun filtro e un sorriso sempre pronto — a volte allegro, altre più amaro — ma con la chiara percezione sia dell’unicità della propria voce, sia della complessità di cosa significhi essere un artista in questo periodo storico e discografico così enigmatico.
A questo percorso si aggiunge un capitolo centrale: il lungo sodalizio con Dodi Battaglia, con cui condivide oltre 300 concerti, eseguendo uno dei repertori più identitari della musica italiana. Un’esperienza fondamentale, perché interpretare l’universo sonoro di un gruppo storico come i Pooh non è solo una scelta di stile, ma un vero atto di responsabilità culturale.


La voce come linguaggio
La dimensione artistica di Costanzo Del Pinto non si esaurisce nella sola interpretazione, ma si estende a una ricerca vocale che attraversa linguaggi diversi, mantenendo sempre una profonda coerenza emotiva.
Sul palco, la sua voce si muove con naturalezza tra riferimenti internazionali e radici italiane. Il linguaggio del rock emerge con forza nelle esecuzioni dei Led Zeppelin, dei Deep Purple e dei Queen. La tradizione italiana apre invece registri più narrativi e melodici, passaggi che definiscono la sua versatilità interpretativa: dalla densità emotiva di Uomini soli dei Pooh alla scrittura sospesa di Una lunga storia d’amore di Gino Paoli, fino alla dimensione cinematica de La notte dei miracoli di Lucio Dalla.
Accanto a questo asse più classico, emerge una scrittura personale contemporanea con Supersonica e Senti che storia, dove la produzione si apre a un linguaggio più diretto senza mai trascurare la cura sonora.
Negli ultimi anni, il suo percorso discografico ha assunto una forma sempre più definita grazie a lavori come L’anima che rompe, L’ultima sigaretta e Push the Button. Non si tratta di una semplice sequenza di singoli, ma di una progressione che costruisce un’identità solida e riconoscibile.
Quando parliamo di Costanzo Del Pinto, il confronto artistico si pone spontaneamente con figure come Eros Ramazzotti, Giorgia e Marco Mengoni: artisti diversi, ma uniti da un elemento centrale: la voce. Ovvero, la capacità di trasformare il talento vocale in un linguaggio personale, emozionale e unico.
Masterclass: la Biografia
Costanzo Del Pinto nasce a Portocannone nel 1992 ed è un cantautore pop e polistrumentista. Il suo percorso si sviluppa tra concorsi internazionali, televisione e attività dal vivo.
Nel 2012 ottiene il primo premio come interprete e un riconoscimento come autore al Festival Internazionale Speranze d’Europa di Sochi, partecipando nello stesso periodo al New Wave Festival in Lettonia. Il primo EP supera le 10.000 copie tra Russia, Lettonia e Italia.
Nel 2013 entra nella scuola di Amici di Maria De Filippi, raggiungendo la fase serale, e nel 2016 pubblica Vivi il momento.
Nel 2017 incontra Dodi Battaglia e interpreta il repertorio dei Pooh in oltre 300 concerti con CD/DVD live ufficiale. Divide il palco con Marco Masini, Stefano D’Orazio, Luca Carboni, Gigi D’Alessio, Mario Biondi, Enrico Ruggeri, Maurizio Solieri, Mietta, Silvia Mezzanotte, Ignazio Boschetto, Fiordaliso.
Nel 2022 pubblica Senti che storia e Supersonica. Seguono nel 2025 L’ultima sigaretta, L’anima che rompe e Push the Button, il suo ultimo singolo, prodotto da Cosmo Masiello, distribuito da Believe / Next Stop Publishing e dal 3 Aprile in radio e su tutte le piattaforme digitali.
“Push The Button”, descrive la scossa necessaria per abbandonare le abitudini e rimettersi in gioco. La canzone invita a smettere di farsi trascinare dagli eventi, puntando tutto sul coraggio di cambiare rotta e seguire il proprio intuito. È un incoraggiamento a non temere i grandi salti nel vuoto, perché spesso è proprio dal caos di una fine che nasce una nuova libertà.
Masterclass: l’intervista
L’incontro con Costanzo Del Pinto si realizza in un incastro perfetto, tra l’attività promozionale del suo ultimo singolo e la preparazione dei concerti che lo riporteranno sui palchi di tutta Italia, accompagnato dalla stessa formazione musicale che da anni affianca Dodi Battaglia.
Seguo il percorso di Costanzo da tempo, convinto che la voce debba essere uno degli elementi cardine per apprezzare davvero un artista. Per un autore come me, una vocalità come la sua appare come un’estensione naturale della scrittura: per identità timbrica e forza narrativa, è paragonabile a uno strumento musicale di pregio.
Grazie alla mediazione discreta di Ivana Stjepanovic del suo ufficio stampa, riusciamo a incontrarci per un caffè. Bastano pochi minuti per cogliere la totale coerenza tra il suo percorso artistico e umano: Costanzo è una persona solare, diretta, con i piedi ben piantati a terra, forgiata da migliaia di ore vissute sul palco.
Partiamo dall’esperienza nei talent: cosa resta davvero quando si spengono le luci?
«Resta il silenzio. Ed è la cosa più difficile da gestire. Finché sei dentro, vivi in una specie di bolla dove tutto ha un senso immediato. Fuori no. Devi capire chi sei senza le telecamere. Io credo che quello sia il vero inizio, non la fine.»


Hai mai avuto paura che tutto si esaurisse troppo in fretta?
«Sì, ma non parlo della carriera, quanto dell’identità. Il rischio non è sparire, è diventare qualcosa che non ti appartiene. Quando succede, magari lavori anche tanto… ma non sei più tu. Anche l’esperienza di Amici ha avuto la stessa storia: le sfide non sono naturali per la musica, ma servono solo ai meccanismi televisivi.»
Nel tuo percorso però c’è tanta “strada”: live, collaborazioni, tour. È lì che hai trovato la tua dimensione?
«Assolutamente sì. Negli ultimi anni mi sono dedicato molto alla mia attività live, con Dodi e da solo. Il palco vero non mente. Puoi anche sbagliare, ma sei nudo. È una cosa che ti rimette sempre al tuo posto e allo stesso tempo ti costruisce.»
E i 300 concerti al fianco di Dodi Battaglia cosa ti hanno lasciato?
«Una scuola incredibile e una responsabilità enorme. Quando tocchi certi repertori non stai solo cantando canzoni: stai entrando nella memoria delle persone. E quella memoria devi rispettarla profondamente.»
Chi sono i musicisti che ti accompagnano in questa avventura live?
«Ho il privilegio di avere con me sul palco i musicisti che hanno accompagnato i concerti di Dodi Battaglia negli ultimi dieci anni. Rocco Camerlengo alle tastiere, Beppe Genise al basso, Simone Pìpoli alla chitarra e Davide Ciarallo alla batteria. Amici e professionisti con cui condivido la stessa identica visione musicale.»
In quale stile ti senti più a tuo agio quando sei davanti al tuo pubblico?
«I miei concerti attraversano due ore di musica. Con i ragazzi della band spaziamo da brani rock a brani orchestrali, ma non mi tiro indietro di fronte a nessuna difficoltà. Il mio motto è la “teoria di Batman”: per vincere la paura devi diventare paura. Se c’è un brano che ti intimorisce perché difficile o troppo emozionale, allora è il momento di cantarlo. Fondamentalmente sono attratto dai brani pop, ma il rock mi definisce come artista e accompagna da sempre il mio cammino. È bello poter passare da uno stile all’altro.»
C’è un brano che consideri una vera sfida sul palco?
«La mia donna dei Pooh, con il bellissimo assolo di Dodi Battaglia. È uno di quei pezzi che non smette mai di emozionarmi e di mettermi in difficoltà per la sua intensità. Quando arriva il ritornello c’è un’esplosione interpretativa. Suonarlo sul palco con Dodi è un’esperienza che mescola memoria e ammirazione. Ma nel live c’è spazio anche per la leggerezza: tra i miei brani personali, ad esempio, c’è Supersonica, che è un pezzo tutto da ballare e che porta un’energia diversa.»


Sei un polistrumentista molto attento ai dettagli: quanto conta per te il controllo del suono?
«Mi è sempre piaciuto curare tutti gli aspetti della musica; nel tempo sono riuscito a ramificare le mie competenze perché credo che un artista debba conoscere ogni ingranaggio del proprio suono.»
Circola anche una tua intensa versione de “La sera dei miracoli”: cosa rappresenta per te questo brano?
«Sì, è un pezzo di cui ho curato anche la produzione. Il brano è un capolavoro assoluto, lo sento molto.»
L’esperienza nei format live di Red Ronnie è stata un passaggio importante?
«Lo è stato. Perché lì non puoi nasconderti. Hai la chitarra, la voce e basta. È una situazione che ti obbliga a essere sincero. E quando sei sincero, o arrivi… o non arrivi proprio.»
Cosa ti hanno lasciato incontri con artisti come Marco Masini o Mario Biondi?
«Due cose opposte ma fondamentali: in Masini si sente tutto il peso e lo spessore delle parole. Biondi invece porta il valore del suono puro della sua voce.»
Sei riconosciuto come una delle voci più interessanti in circolazione: che effetto ha avuto questo nel rapporto con gli altri artisti?
«Rispetto, amicizia e voglia di condividere il palco. Ma a volte anche un po’ di timore, perché non sono un semplice corista, ma una figura che sul palco si fa vedere e sentire. Inoltre ho uno stile personale che attraversa il rock, il pop e la melodia italiana. Sono innamorato più della musica che delle etichette di genere, e a volte questo non aiuta a farti definire chiaramente nel panorama musicale attuale.»
Parliamo del tuo nuovo progetto discografico:
«Sono stato fermo un po’ di anni, ma il contatto con le persone ad ogni concerto mi ha ricordato che c’è chi mi aspetta. I nuovi brani sono prodotti da Cosmo Masiello e distribuiti da Believe/NextStop Publishing. Spesso parlano di un bivio, della scelta: il momento in cui devi decidere se restare o cambiare. Push The Button sembra quasi un comando: è quel momento in cui capisci che non puoi più rimandare.»
L’estate ti vedrà protagonista dal vivo in tutta Italia: cosa dobbiamo aspettarci dai tuoi concerti?
«Sarà un viaggio molto completo. Porterò in giro il mio spettacolo con la band, costruito tra brani italiani e internazionali, i miei successi e i nuovi singoli. Mi piace pensare al concerto come a un racconto musicale, con momenti diversi ma legati da un filo emotivo preciso. La scaletta delle date è in preparazione.»


Guardando la scena musicale attuale, cosa ti convince e cosa ti lascia perplesso?
«Mi convince la libertà: oggi puoi fare musica senza chiedere permesso a nessuno. Mi lascia perplesso la velocità con cui tutto viene consumato. È diventato difficilissimo costruire qualcosa che duri nel tempo.»
Se dovessi dare un solo consiglio a un ragazzo che esce oggi da un talent show, quale sarebbe?
«Non avere fretta di esistere. Esisti già. Devi solo imparare a capirti.»
Quali sonoi talenti che un artista dovrebbe avere oggi?
«Forse quello di saper “scalciare” per farsi spazio tra la folla dei colleghi. È un atteggiamento che non mi appartiene. C’è una definizione di talento che però sento molto mia: il talento è quello che resta quando nessuno ti guarda. È quello che fai anche quando non conviene. È quando canti una canzone per te e riesci ad emozionarti. Il talento a volte è non smettere di provarci. In questo credo di averlo dimostrato: sono ancora qui.»
L’intervista si chiude lasciando una sensazione chiara: una coerenza tra percorso umano e artistico.
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