Don Carlo, il parroco che canta De Andrè

Il buon interprete è animato da grande umiltà dinanzi all’opera d’arte, che non gli appartiene. Sapendo di essere, nel suo campo, un servitore della comunità, cerca sempre di formarsi e di trasformarsi interiormente e tecnicamente, per poter offrire la bellezza della musica e, nell’ambito liturgico, compiere il suo servizio nell’esecuzione musicale”. Parole di Papa Francesco ai partecipanti al III Convegno internazionale “Chiesa e Musica, interpreti: un dialogo necessario”, promosso dal Pontificio Consiglio della Cultura.

Dove…quando…

A volte basta poco, quasi un niente, per tornare indietro con la memoria.

Quel “poco”, in questo caso, è stata la premiazione annuale del Rotary, Distretto 2031, tenutasi al Duomo di Torino, poco prima del Natale.

Per l’occasione si è esibito il coro “Cordis Jubilo”, con la supervisione e collaborazione di Don Carlo Franco, il Parroco della Cattedrale di San Giovanni Battista.

Sentendo quelle canzoni, mi sono tornati alla memoria tanti ricordi di gioventù, ed è per questo motivo che oggi voglio raccontarvi una storia.

Quartiere 8 (in riva alla città)

Siamo nella seconda metà degli anni ’70: protagonisti un gruppo di ragazzi e ragazze, che frequentano il gruppo parrocchiale. La fede, la religione, diciamolo subito, c’entrano poco: il gruppo va in parrocchia per stare insieme, tra canzoni cantate con la chitarra, una raccolta carta, un sabato dedicato ai meno fortunati, una giornata di sostegno agli operai in lotta (erano anni tosti).

Arcivescovo di Torino è Padre Michele Pellegrino, e il Parroco (Don S.), è il classico “prete operaio”, tanto in voga in quel periodo storico.

Come già detto, i ragazzi, frequentano il gruppo quasi esclusivamente per socializzare, come si dice adesso: non ci sono smartphone, non ci sono social, non c’è WhatsApp, e i rapporti sono esclusivamente “diretti”. Bei tempi.

Ma quattro di quei ragazzi, vanno in parrocchia per due motivi ben precisi: il primo, “baccagliare” quante più pivelle possibile, il secondo, forse il più importante, suonare.

Si, perche “il Don”, ama la “messa rock”, suonata con gli strumenti elettrici, ed è un fanatico del coro, quasi un precursore dei temi trattati nel convegno pontificio. Quale occasione migliore, per unire le due passioni?

Così succede che la canonica diventi una sala prove, chiesa e musica, e che le prove del coro siano una scusa per…si ci siamo capiti…e che però, tanta gente venga in chiesa anche per sentire una musica diversa, da quella classica da funzione religiosa. Un successo, insomma.

La luna nuova

Poi gli anni passano, i figli crescono e le mamme imbiancano, e il gruppo giovanile, la band di allora, diventano un dolce ricordo, da raccontare ai posteri. Ognuno per la propria strada, così è la vita.

La società cambia radicalmente, nel bene o nel male non lo so, cambia soprattutto il modo di comunicare: esplode il fenomeno “social”, grazie al quale i ragazzi di quel gruppo si ritrovano, tornano a frequentarsi, non solo virtualmente.

Il gruppo di allora, diventa un qualcosa da cui tutto è partito: di quei quattro ragazzi, due sono diventati musicisti professionisti, uno giornalista, uno imprenditore. Le ragazze, beh, qualcuna ha coronato i propri sogni, qualcuna no. Così è la vita.

Suonare Suonare

E’ bastata la prima canzone, intonata dal “Cordis Jubilo”, nella imponente navata centrale del Duomo di Torino, per far tornare alla memoria questi ricordi.

Canzoni classiche religiose, sia chiaro, ma soprattutto vedere Don Carlo, passare con disinvoltura dal pianoforte al flauto traverso, dirigere in alcuni momenti il coro, mi ha riportato indietro di quarant’anni. Nostalgia canaglia.

Poi la sorpresa delle sorprese: il sacerdote imbraccia la chitarra acustica, presenta con consumata maestria la canzone, ed attacca “Il pescatore” di Fabrizio De Andrè.

La interpreta con un trasporto, un entusiasmo, che mi ha fatto venire i lucciconi agli occhi. Tornare adolescente senza accorgersene.

Finita la premiazione, non ho potuto fare a meno di incontrare Don Carlo, e raccontargli, lo ammetto, con un filo di emozione, le mie sensazioni e i miei ricordi.

Il Pescatore

E allora ricomincio a crederci. Pensavo che quel mondo fosse finito con quel contesto storico, e invece devo ricredermi. Perchè con parroci come Don Carlo, quell’oratorio può tornare a vivere. O forse vive di già e sono solo io che mi sono perso. Quanti di voi continuano a preparare canti natalizi, concerti di beneficienza, o si iniziano alla musica partendo da quell’altare, proprio come si faceva una volta?

L’apertura della chiesa alla musica è in quel convegno internazionale, dove sicuramene i riferimenti al genere sono intesi nel più alto senso spirituale. E nessuno meglio di un prete può confermarlo.

E’ nata così, nel modo più naturale possibile, l’intervista.

Protagonista un sacerdote con la passione per la musica, una personalità della Curia torinese, ma soprattutto una persona speciale, con la quale è stato un piacere confrontarsi sugli argomenti più svariati. E mi ritrovo a disquisire con lui di musica, di rock e del poeta De Andrè, come se stessi parlando con un amico di quella quadriglia. Don Carlo ci offre una chiave di lettura interessantissima de “Il pescatore”, un punto di vista che non avevo considerato e che vi invito ad ascoltare. Grande Don!

Grazie Don Carlo, grazie anche a nome dei ragazzi, di ieri e di oggi e, sono sicuro, anche da parte di De Andrè.