La coclearia, che ci introduce nella famiglia delle Crucifere
Alla coclearia, pianta interessante e piena di sorprese, abbiamo affidato il compito d’introdurci nella famiglia botanica delle Crucifere. Saremmo, forse, dovuti partire dalla senape che, in un certo senso, ne rappresenta il paradigma. Ma la meno nota coclearia ci è parsa altrettanto meritevole di aprire il nostro approfondimento. Il suo nome latino, ossia Cochlearia officinalis L., ci svela due caratteristiche importanti della specie. Il genere deriva dal sostantivo latino cochlear, che traduce il nostro cucchiaio, perché la forma delle sue foglie ricorda tale posata.
Quanto all’aggettivo officinalis, ci testimonia che la pianta vanta un uso medicinale decisamente antico, precedente alla classificazione di Linneo. Chi ne usufruiva, dunque? Soprattutto i marinai imbarcati per lunghi mesi sui velieri e spesso vittima dello scorbuto per carenza vitaminica (mancanza di vitamina C, in particolare). La loro dieta era a base di gallette e carne di maiale salata e non tardavano a manifestare sintomi come dermatiti, arti gonfi e gengive sanguinanti. Ebbene, la coclearia contende al rafano (altra Crucifera!) il privilegio di essere uno dei migliori rimedi naturali anti-scorbuto!


GNU Free Documentation License. Autore Kristian Peters.
Il parere di alcuni medici d’altri tempi
Un episodio emblematico ci viene narrato dal medico e teologo luterano Johann Friedrich Bachstrom (1686 – 1742). Nel suo “Trattato sullo scorbuto”, scrisse la vicenda di un marinaio affetto da una forma gravissima di scorbuto. Non riuscendo a curarlo, i compagni lo abbandonarono su una spiaggia deserta della costa della Groenlandia, convinti che sarebbe morto nel giro di poche ore. Invece, tanto grande era l’istinto di sopravvivenza dell’uomo che lo costrinse a mangiare alcune piante di coclearia, l’unica cosa che avesse accanto, senza potersi muovere. Bachstrom attesta che il marinaio guarì completamente e in breve tempo. E nel 1850 Cazin riferisce di aver guarito dallo scorbuto un garzone di macelleria, che mangiava solo carne, con succo di coclearia, trifoglio fibrino e crescione.
Oltre allo scorbuto, la coclearia era impiegata anche per curare altri disturbi. Ne abbiamo la prova nel Complete Herbal del botanico e medico inglese Nicholas Culpeper (1616 – 1654). Pur evidenziando che il suo principale utilizzo è quello contro lo scorbuto, aggiunge diverse altre virtù. Scrive: “Ha effetto benefico nel depurare il sangue, il fegato e la milza, assumendone il succo ogni mattina a digiuno”. E ancora: “Il succo giova pure contro tutte le ulcere e le piaghe infette della bocca, se gargarizzato”. Infine: “Usato esternamente, purifica la pelle da macchie, segni o cicatrici che si formano”.


La birra irlandese di coclearia
Dalle parole di Culpeper, deduciamo che i suoi contemporanei spremevano il succo dalla pianta per berlo prima di colazione, come noi facciamo con il succo d’agrumi. In Irlanda, addirittura, ci facevano la birra! Sulle coste dell’Isola di Smeraldo è pianta autoctona e comune, tanto da meritare il nome gaelico di Biolar trá, che vuol dire “crescione di spiaggia”.
In passato, le sue foglie erano raccolte con cura e fatte fermentare. La bevanda che si otteneva era simile alla birra e piacevole da bere, oltre che salutare. I marinai se la portavano appresso in piccole botti, quando s’imbarcavano, ed erano convinti che fosse proprio la birra di coclearia a salvarli dallo scorbuto. I contadini ne mangiavano invece le piante tenere in insalata.


Erba scorbutica (Cochlearia officinalis) di Anne Burgess dalla collezione del progetto Geograph.
Una descrizione botanica essenziale
Si tratta di una specie biennale, erbacea e sempreverde che, quale habitat, predilige i terreni salmastri e costieri dell’Europa nord-occidentale. È diffusa anche in Italia ma è meno frequente rispetto, ad esempio, alle Isole Britanniche. Non supera i 40 centimetri d’altezza, ha fusto glabro e foglie carnose con caratteristica forma a cucchiaio, come già abbiamo anticipato. Esse costituiscono un’evidente e larga rosetta basale (in questo caso, hanno lungo picciolo) ma si dispongono pure lungo il fusto.
I fiori, che sbocciano tra la fine della primavera e l’inizio dell’estate, sono piccoli e radunati in fitte infiorescenze a grappolo. Le corolle formano, con i 4 petali bianchi (raramente sfumati di lilla) su assi perpendicolari, la croce tipica della famiglia delle Crucifere. I frutti sono siliquette ovoidi, globose e rugose. Per riconoscere la specie in natura, non basta fidarsi di una fotografia ma è necessario ricorrere all’indispensabile strumento delle chiavi botaniche.


Cochlearia officinalis (Scorbuto comune) di Anne Burgess dalla collezione del progetto Geograph
La coclearia, ricca di vitamina C e portentosa in fitoterapia
La droga medicinale, in questo caso, è rappresentata dalla pianta intera fresca e, in particolare, dalle foglie. La vitamina C è il componente principale ma anche l’essenza è preziosa perché contiene coclearina, che è un glucoside, iodio e isosulfocianato di butile. Ci sono infine tannini e sostanze amare. Tale ricchezza di principi attivi giova sicuramente come antiscorbutico ma anche in caso di linfatismo, difficoltà digestive, biliari e urinarie, affezioni alle vie aeree e reumatismi.
Si può preparare un tè di coclearia, senza mai farlo bollire e tenendolo in infusione una decina di minuti, ma non è la preparazione più efficace. La pianta essiccata perde la vitamina C, infatti. Essendo di facile coltivazione, persino se seminata in vaso, conviene al contrario introdurla nell’alimentazione. È assai gradevole in centrifugato oppure unendo le sue foglie all’insalata, cui conferisce un sapore assai simile a quello del crescione.


H. Zell
Foto di copertina di Silvia da Pixabay
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