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Credo che Steve Lacy, con una sola frase, sia riuscito a racchiudere tutta l’essenza della musica jazz: “Possiamo dire che il jazz è un virus, un virus di libertà, che si è diffuso sulla terra, “infettando” tutto ciò che ha trovato sulla sua strada: il cinema, la poesia, la pittura, la vita stessa.”

Torino è stata la prima città italiana ad essere contagiata da questo virus di libertà.

Nel 1933 nasce il primo Hot Jazz Club d’Italia e da quel momento la musica creata dall’alchimia perfetta tra tromba,sassofono,contrabbasso e pianoforte, si diffonde inarrestabile nelle fondamenta della città sabauda. Oggi siamo nel ventunesimo secolo ma l’amore per il jazz, permane inalterato nel tempo nel cuore della città.

Il 20 giugno 2019 ha festeggiato il compleanno un luogo dove il jazz non è stato mai dimenticato, un luogo che ospita da 10 anni i migliori musicisti della nostra penisola, un punto di riferimento per artisti internazionali alla ricerca di collaborazioni, un locale dove poter trascorrere una serata sorseggiando un ottimo whisky e respirando l’atmosfera che ha ispirato artisti come Miles Davis,John Coltrane o Duke Ellington.

Dopo 10 anni di grande musica live, il Jazz Club Torino, ha deciso di festeggiare il proprio anniversario in modo speciale:la  Torino Jazz Orchestra ha spento le candeline in una serata magica e piena di ricordi, offrendo uno spettacolo di pura qualità e passione.

L’accogliente locale situato in piazzale Valdo Fusi, offre la possibilità di godere della performance cenando comodamente davanti al palco, così da poter vivere al meglio un’esperienza sensoriale completa.

Sono andato a trovare Fulvio Albano, attuale direttore dell’orchestra e fondatore del Jazz Club Torino, per scoprire qualcosa di più sul mondo del jazz italiano.

Torino è la capitale italiana del Jazz  e questo genere ormai ricopre un ruolo da protagonista nella cultura musicale italiana. Fulvio Albano lei come vede il futuro del jazz italiano?

Beh io mi auguro che diventi sempre più popolare e importante nel mondo. Ci sono delle ottime premesse perché tutto quello che è stato seminato dai nostri padri fondatori, dai grandi maestri con i quali abbiamo avuto la fortuna di lavorare come Gianni Basso, Dino Piana Franco Cerri, Renato Sellani, Enrico Intra, tutta una serie di grandissimi maestri che, come accennavo, hanno seminato questo linguaggio straordinario ed internazionale in passato, la nostra generazione lo ha raccolto e lo sta già trasmettendo ai giovani talenti bravissimi e sempre più numerosi.

Oggi le redini della Torino Jazz Orchestra sono nelle sue mani. Sente il peso di questa eredità? E dal momento che lo ha appena nominato, le chiedo se può regalarci un ricordo del grande Gianni Basso

Beh è un peso ma soprattutto un onore avere questa eredità, avere un’orchestra di questo valore, possiamo addirittura definirla una nazionale del Jazz. Noi la chiamiamo Torino Jazz Orchestra perché è nata sul territorio e Gianni Basso ha voluto cambiarne il nome dal momento che era intitolata a lui: era la Gianni Basso Big Band.

Durante i giochi olimpici invernali,quindi più di 10 anni fa, Gianni fece un atto veramente straordinario concedendo il nome della sua orchestra alla città.

Quindi Torino Jazz Orchestra nasce da questo: dalla scelta di dare continuità a un gruppo, ad una formazione. Adesso io ho il grande piacere e soprattutto l’onore di poter stare con questi musicisti che sono anche dei grandissimi amici.

L’orchestra è uno strumento importante per trasmettere l’arte del jazz ai giovani. Io sono nato e cresciuto in orchestra e poi sui palcoscenici durante le jam session nei piccoli gruppi, grazie ad una quantità di Jazz Club che negli anni 80 era veramente notevole.

Questo Club vuole essere un punto di riferimento, perché c’è bisogno di luoghi di ritrovo in cui fare buona musica insieme.

Mi ricollego subito all’importanza del concetto di trasmettere ai giovani questa musica e le pongo una domanda personale: perchè lei ha scelto proprio il Jazz?

E’ stato un amore, diciamo così, di quelli fatali.

Io in realtà mi sono innamorato prima di tutto del sassofono, il mio strumento. Ero un ragazzino e nella mia famiglia non si ascoltava in modo particolare jazz,per carità si ascoltava della musica internazionale come Frank Sinatra e Tony Bennet, avevo quindi una cultura musicale, però il jazz di per sé come linguaggio specifico, non mi era familiare quando ho iniziato a suonare il sassofono. Successivamente ho scoperto che il sassofono era anche lo strumento principale della musica jazz, senza nulla togliere alla tromba,il trombone e la batteria.

Se vogliamo pensare ad uno strumento presente fin dal ventesimo secolo e che rappresenti l’icona del ventesimo secolo del jazz, questo è il sassofono.

Diciamo anche che è l’ultimo strumento a fiato non elettrico o elettronico  ad essere stato inventato e ad aver avuto una grandissima popolarità.

Questa popolarità il sassofono la deve al jazz e il jazz deve la sua voce anche e soprattutto al sassofono.

Possiamo dire che il sassofono è l’anima del Jazz?

Sì. È uno strumento che amalgama e l’anima del jazz risiede nel collettivo.

Non voglio togliere nulla agli altri strumenti, anzi,trovami clarinetti e tromboni e provo solo piacere nel dialogare con loro.

Io personalmente mi sono innamorato del sassofono e grazie a lui ho scoperto il jazz.

Cosa bolle in pentola per la prossima stagione del Jazz Club Torino?

Vuol dire essere proiettati verso il nuovo,accettare il jazz come una musica e un divenire che può cambiare e che può essere contaminato.

Quello che bolle in pentola sono grandi concerti internazionali: ci sono rapporti che si stanno consolidando sempre di più con paesi stranieri,ad esempio il Canada, inoltre quest’estate stabiliremo un nuovo gemellaggio con la Scozia e la Germania. Insomma abbiamo musicisti e collaborazioni in ogni dove.

Sottolineo solo che il Jazz Club  da voce in primo luogo ai musicisti di Torino e a piemontesi locali, ma soprattutto crea delle collaborazioni internazionali ed è comunque conosciuto in tutto il mondo.

Il jazz è contaminazione, è un incontro di culture, quella è la sua natura.

Da quel momento in poi è stata solamente la musica a parlare.

La sensazione era quella di non assistere semplicemente ad uno spettacolo musicale, bensì di godere di una rimpatriata di amici intenti a trasferire al proprio pubblico il loro amore per il jazz, mantenendo viva l’immagine di un maestro che ha lasciato in loro un ricordo indelebile.

Tanti auguri Jazz Club Torino! Non perdere mai la tua curiosità e coltiva la voglia di apprendere cose nuove.

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Alfonso Milano
Dice di se: Il nostro primo innamoramento sconvolgerà definitivamente la nostra esistenza. Questo impulso inarrestabile in grado di coinvolgere tutte queste emozioni e sentimenti, credo meriti una maggiore considerazione da parte nostra. Io ricordo perfettamente la prima volta che mi sono innamorato: avevo quindici anni ed ero seduto su una poltrona del teatro Leonardo di via Ampère a Milano. Quella sera i miei sensi sono stati testimoni della loro rinascita, come se fossero stati solo parzialmente utilizzati fino a quel momento. La vista era inebriata da quelle magnifiche scenografie, l'udito rapito dalla voce di Puck, il tatto accarezzava il legno della poltrona, il gusto assaporava la paura scatenata dalle parole di Oberon, l'olfatto percepiva l'odore del sudore degli attori. "Sogno di una notte di mezza estate" non aveva semplicemente suscitato in me la mia prima catarsi, bensì un sentimento più nobile, era amore puro. Da allora non ho più abbandonato il teatro e anche adesso che ho 34 anni, le sensazioni che provo ogni volta che il sipario si apre dinanzi ai miei occhi sono le medesime. Adoro interrogarmi continuamente durante una rappresentazione teatrale o cinematografica: cerco di carpire il percorso che hanno svolto gli attori e il regista con lo studio del personaggio, mi nutro di dettagli in modo da poter recepire ancor meglio il messaggio dell'opera. Perché diciamolo a gran voce: "il primo amore non si scorda mai!". Spero solo non sia gelosa mia moglie.