La scrofularia, che estende il suo nome all’intera famiglia delle Scrofulariacee
La scrofularia, come vi abbiamo anticipato la scorsa settimana, è l’erba più rappresentativa della famiglia botanica delle Scrofulariacee, tanto da determinarne il nome. È stata usata per secoli per curare la scrofolosi, in virtù della cosiddetta dottrina dei segni secondo cui il simile guarisce il simile. E i noduli che la pianta reca sulla radice a rizoma ricordavano i bubboni di questa malattia.
Da qui la classificazione come Scrophularia nodosa L. perché, secondo Linneo, era la specie per combattere la scrofolosi. L’aggettivo nodosa è di nuovo riferito ai noduli sul rizoma che influenzano pure alcuni nomi popolari, come quello di castagnola.


I fiori bruni di una pianta mellifera, in Irlanda
Un altro epiteto curioso della scrofularia è quello irlandese di Donnlus, che significa letteralmente “pianta bruna”. In realtà, il colore di fusto e foglie è di un bel verde brillante ma sono i piccoli fiori panciuti ad assumere una tinta marrone verdastra. E i fiori sono di primario interesse, sull’Isola di Smeraldo, perché piacciono molto alle api.
Pur essendo specie autoctona, nei secoli passati è stata spesso coltivata nei monasteri proprio per ricavarne un miele speciale e prezioso. A dispetto dell’odore sgradevole, la scrofularia era anche utilizzata per calmare il mal di denti e per schiarire le lentiggini, tamponandole con il succo delle foglie.


Breve descrizione botanica della scrofularia
Si tratta di una pianta perenne che prolifera nei luoghi umidi, nei fossi, nei boschi e sul ciglio delle strade. Si nota facilmente perché è eretta e piuttosto alta, tanto da superare sovente il metro. Il fusto è glabro e a sezione quadrata, come avviene per le Labiate. Le foglie sono ovali, appuntite e a margine dentato: quelle inferiori sono peduncolate, mentre quelle superiori sono sessili.
Ogni ramo di scrofularia termina con diversi fiori riuniti in pannocchia. Essi compaiono tra maggio e agosto, con una caratteristica singolare: è sempre il fiore centrale a sbocciare per primo. Hanno una corolla bilabiata in cui il labbro superiore è più lungo e grande di quello inferiore ed è più scuro. Il labbro inferiore è, invece, più esiguo e più chiaro, rossiccio anziché bruno. I frutti sono piccole capsule ovali, appuntite nella parte superiore, le quali contengono semi cilindrici segnati da molti alveoli. Per riconoscere la scrofularia in natura consigliamo sempre l’utilizzo dell’indispensabile strumento delle chiavi botaniche.


È una droga fitoterapica che richiede prudenza
Forse è esagerato definire la scrofularia quale erba velenosa ma un po’ tossica lo è davvero. In fitoterapia, la droga medicinale è costituita dalla pianta intera e, in particolare, dalla radice. Come principi attivi, contiene una piccola quantità di glicosidi cardioattivi, una saponina, l’alcaloide scrofillarina, la scrofularina (sostanza amara) l’esperidina, acidi caffetannico, butirrico, cinnamico, e manganese. Per uso interno, si sconsiglia l’impiego “fai da te” perché in dosi sbagliate la scrofularia provoca vomito e diarrea.
Sotto controllo medico, può essere utilizzata nei disturbi cardiaci (più blanda della digitale) nelle affezioni epatiche, come depurativo, diuretico e in caso di nefriti e idropisia. Secondo studi condotti in Giappone e citati da Jean Valnet, sarebbe persino un valido antidiabetico. Il cataplasma delle foglie tritate, in uso esterno, è un rimedio più tranquillo e alla portata di tutti, pur senza interrompere mai le cure mediche in corso. Giova nelle foruncolosi, nelle dermopatie croniche e contro gli eczemi e la psoriasi. E rende le lentiggini meno evidenti, come sanno in Irlanda sin dai tempi antichi.


Foto di copertina rilasciata sotto licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 3.0 Unported secondo i termini della GNU Free Documentation License
Ti potrebbe interessare anche:
Le Scrofulariacee, con la sventura del nome di malattia
La digitale, fior di morte dalle dita spruzzolate di sangue, nell’almanacco medioevale di luglio
Il verbasco, fiore di luce, tra le “erbacce” care ad Alessandro Manzoni
La senape e le sue virtù: altro che semplice mostarda!
Arandora Star: dopo 86 anni, Giornata nazionale per le vittime
Il cardinale Bagnasco parla di speranza a Torino: «Dio è all’opera»


