Veronica, dal nome di colei che Gesù incontrò salendo al Calvario
La veronica rispecchia in tutte le sue caratteristiche la famiglia delle Scrofulariacee, di cui ha rappresentato per secoli una delle specie principali. Nella moderna classificazione, è stata spostata in un’altra famiglia e – udite, udite! – gli studiosi non si sono ancora messi d’accordo su dove collocarla. C’è chi vorrebbe attribuirla a una neonata famiglia delle Veronicacee, perché di Scrofulariacee non vuol proprio sentir parlare. E c’è chi pretende di parcheggiarla anch’essa tra le Plantaginacee, come accade per molte altre piante che di recente vi abbiamo illustrato. Noi continuiamo a ritenerla una Scrofulariacea e così ve la presentiamo. Il suo nome latino Veronica officinalis L. non è di chiara etimologia. Chi è la Veronica cui è intitolato il genere botanico?
La tradizione antica la collega al personaggio evangelico che compare nella Passione di Cristo. Si tratta della donna che asciugò il volto di Gesù mentre saliva al Calvario con il pesante legno della croce sulle spalle. La nostra piantina comincia a fiorire ogni anno nel periodo della Settimana Santa e da qui deriverebbe la relazione con la Veronica biblica. Secondo un’altra tradizione, i suoi fiori azzurri dalle venature scure farebbero pensare al volto di Gesù che rimase appunto impresso nel telo di Veronica. Altri ancora sostengono che la Veronica in questione sia, in realtà, la mistica santa Veronica Negroni da Binasco (XV secolo), che aveva la fama di taumaturga. Molto più semplice è l’interpretazione dell’aggettivo officinalis, che determina la specie. Come abbiamo già scritto in precedenti articoli, esso fregiava solo le erbe medicinali più nobili. In questo caso, distingueva dalle altre la pianta ritenuta più curativa nel genere Veronica.


L’amuleto dei pellegrini, in Irlanda
Erba autoctona irlandese, era stimata al punto di essere chiamata in gaelico Lus cré che traduciamo come “pianta della terra”, come se tutte le altre non esistessero! La veronica era il rimedio contadino principale contro il mal d’orecchi, versando il suo succo nel dotto uditivo. Ed era l’amuleto dei pellegrini che si mettevano in viaggio per raggiungere i grandi santuari del Continente. Nel Medioevo, gli irlandesi diretti a Roma o a Santiago di Compostela avevano sempre un ciuffo fiorito di veronica appuntato sul bavero della loro veste.
Da tale consuetudine, proviene il suo significato nel linguaggio dei fiori, che riguarda l’addio e la partenza. Era e resta il fiore che si regala a chi deve compiere un viaggio, quale segno di protezione dai pericoli in cui può incorrere. Il suo colore ricorda quello del cielo e anche qui in Italia la veronica è soprannominata “occhi della Madonna”. Per questo motivo, si pensava che proteggesse il pellegrino come se lo sguardo divino fosse sopra di lui.


Come riconoscere la veronica
La veronica è una specie erbacea annuale diffusa in tutto l’emisfero boreale e frequente nei terreni acidi, in prati, pascoli, siepi e boschi soleggiati e non troppo fitti. È pelosa, pubescente e strisciante, con la capacità di radicare nei nodi; solo i fusti fioriferi sono eretti e raggiungono una trentina di centimetri d’altezza. Le foglie ovali, dal margine leggermente dentato, sono opposte e picciolate.
I fiori, che sbocciano tra aprile e agosto, sono riuniti in infiorescenze a spiga affusolata poste alla sommità dei fusti. Sono zigomorfi, quindi con un solo asse verticale di simmetria, e di colore azzurro tendente al lilla. La corolla unica è suddivisa in 4 lobi striati di differente dimensione. Il frutto è una capsula cuoriforme sormontata da un corto stilo. Per riconoscere la veronica con certezza in natura, occorre utilizzare l’indispensabile strumento delle chiavi botaniche.


Il tè svizzero d’antica tradizione
Per secoli, la veronica è stata considerata una pianta curativa straordinaria, con la virtù di debellare qualsiasi malanno. Nel Medioevo, i medici la impiegavano persino per contrastare la lebbra! Sino all’Ottocento, le furono dedicati interi trattati e le fu affibbiato il nome di tè svizzero per legarla agli esperti monaci erboristi di questa Nazione. Ma dal Novecento in poi, le sue proprietà sono state ridimensionate, man mano che proseguiva lo studio dei principi attivi. Contiene infatti il glicoside aucubina, alcune sostanze amare e tannini. Sono buoni costituenti che, tuttavia, non la rendono una panacea universale.
Il suo infuso, da bere lungo la giornata al posto del tè, si prepara ponendo due cucchiai rasi di droga (qui rappresentata dalle parti aeree della pianta) in mezzo litro d’acqua. Si porta a bollore, si spegne e si lascia riposare sotto coperchio per una decina di minuti. La tisana va poi filtrata e dolcificata a piacere. La veronica giova quale rimedio casalingo, che non deve mai sostituire le cure mediche in corso, soprattutto come aperitivo, carminativo (contro l’aerofagia) e digestivo. È un buon diuretico, espettorante e depurativo per chi soffre di dermatiti varie, lenisce l’emicrania e agisce anche contro disturbi epatici e reumatici. Non è certo un rimedio miracoloso ma una semplice e simpatica erbetta, nostra alleata nei piccoli disturbi quotidiani.


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