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Presentati a UNISALENTO, i più recenti risultati delle indagini della Missione a Shahr-I Sokhta, La “Pompei d’Oriente”.

Non tutti sono a conoscenza che esiste, molto lontano dall’Italia, un luogo dove il tempo all’improvviso si è fermato, cristallizzato dalla forza della natura, che lo ha conservato intatto, come è successo a Pompei. Un luogo che si è straordinariamente conservato integro e che si è guadagnato il nome di Pompei d’Oriente. E’ Shahr-I Sokhta e si trova in Iran.

Pompei d’Oriente, tra mito, leggenda e realtà

Tra l’inospitale deserto del Lut e le alture del Baluchistan, sorge il sito di Shahr-I Sokhta. La straordinarietà di questo luogo è data dallo stato di conservazione perfettamente intatto.

Mentre a Pompei fu la lava a sigillare la città, qui sono state le concrezioni saline, presenti su tutta la superficie che hanno permesso ai reperti e alle strutture del sottosuolo di arrivare inalterati fino ad oggi.

La sua origine coinvolge le quattro grandi civiltà fluviali (Oxus, Indo, Tigri-Eufrate e Halil) dell’Asia Media, Centrale e Meridionale: quella sumerica, i cui legami letterari confluiscono nella mitologia; quella di Jiroft, culla di una nuova e dimenticata civiltà fino al 2003; quella dei grandi centri dell’Asia Centrale; quella dei grandi insediamenti di Harappa e Mohenjo-daro, con cui Shahr-i Sokhta intrattenne rapporti a vario livello.

Pompei d'Oriente - vediuta dall'alto del sito archeologico in mezzo al deserto
Shar-I Shokhta – Pompei d’Oriente – Veduta dall’alto

Il mito di Aratta, la città dell’oro

La letteratura archeologica vuole che il sito corrisponda alla mitologica Aratta. La città, secondo i testi mesopotamici, si trova“dove sorge il sole”. A quel tempo, Aratta è una città viva e forte. Rivaleggia con i sovrani della I Dinastia di Uruk, come Gilgamesh, padroni del Sumer e depositari della regalità dopo il Diluvio.

Aratta è presentata come un posto lontano e difficile da raggiungere, favolosamente ricco, pieno di oro, argento, lapislazzuli e numerosi altri materiali preziosi.

Ma non è famosa solo per le sue ricchezze. Leggenda vuole che sia anche la sede della dea Inanna. A lei è dedicato dedicato un tempio completamente costruito di lapislazzuli. Le vicissitudini della città con i re sumerici indurranno la dea a scegliere Uruk, centro della Mesopotamia meridionale, come propria residenza, consegnando la regalità al Sumer e alla dinastia fondata da Enmerkar e continuata con Lugalbanda e il mitologico Gilgamesh. Il ricordo della città rimarrà vivo nella letteratura mesopotamica tanto da essere ricordata nei poemi di Shulgi, re di Ur, e in altri testi paleobabilonesi approssimativamente datati al XIX secolo a.C.

Proprio il Diluvio avrebbe messo fine a una serie di dinastie dall’irreale longevità per permettere, successivamente, che la regalità potesse “scendere dal cielo”, prima nella città di Kish, e poi, appunto, in quella di Uruk.

Il Diluvio sumerico, i cui racconti hanno ispirato i redattori del racconto biblico, quindi, è inteso come elemento di separazione tra un tempo mitico e quello storico. Un tempo in cui la storia viene fatta da re, che l’indagine archeologica ha in parte riconosciuto, e da città, che il progetto sta indagando.

I ritrovamenti

Il sito evidenzia attività manifatturiere ed effettivamente sono stati ritrovati ingenti quantitativi di pietre non lavorate semi-preziose come lapislazzuli, turchese, alabastro e altro. Un indizio forte per chi crede che sia la mitica citttà di Aratta. Queste scoperte hanno permesso di riconoscere, nel centro del Sistan, un’area di approdo, stoccaggio, lavorazione e redistribuzione del materiale destinato per un fabbisogno interno e per un domanda esterna, testimonianza di scambi commerciali floridi con le civiltà vicine, ma anche con terre più lontane.

Con la fine del III millennio a.C., la floridità del maggiore centro del Sistan è scomparsa improvvisamente. Le cause, perlopiù misteriose, riguardarono i maggiori centri di tutta l’Asia Media. Shahr-i Sokhta cesserà la propria esistenza colpita da una crisi. La ricerca archeologica attribuisce la colpa, pur mantenedo parecchie riserve, al radicale e repentino cambiamento climatico. Un evento naturale che avrebbe colpito quei centri, la cui sussistenza risiedeva principalmente nelle risorse idriche della regione.

Le nuove scoperte

Le recenti straordinari scoperte riguardano centinaia di proto-tavolette in argilla. Erano usate per la registrazione contabile all’interno di singoli edifici, altro non sono che forme di contabilità amministrativa. La curiosità è che sono contabilità di piccole attività a conduzione famigliare.

Nulla che faccia pensare ad una gestione di carattere sociale. Questo significa che la popolazione era strutturata senza un potere centrale, una convivenza di gruppi che reggeva su un modello eterarchico e non gerarchico. Gruppi clanici di origini tribali dissimili che convivevano. Un regime di equilibrio economico dettato verosimilmente dalla prosperità che il centro dovette avere durante la prima metà del III millennio a.C.

Scavi e ricerche a Shahr-I Sokhta

Considerato “l’eldorado archeologico” che sorge nella provincia dell’Iran orientale Shahr-i Sokhta, nella provincia dell’Iran orientale Sistan-va-Baluchistan, è iscritto nella lista World Heritage dell’UNESCO.

Il sito è oggetto dal 2016 di interventi di ricerca e scavo da parte di una Missione internazionale. A questa partecipa il Dipartimento di Beni Culturali dell’Ateneo salentino con le attività dei Laboratori di “Topografia antica e fotogrammetria”, “Antropologia fisica”, “Paleobotanica e paleoecologia” e “Archeozoologia”. Il team italiano lavora in stretto contatto e in collaborazione con le autorità iraniane.

Nel corso di una conferenza internazionale online organizzata dall’Università del Salento, il Rettore dell’Università del Salento Fabio Pollice ha sottolineato che “la collaborazione internazionale è fondamentale per la valorizzazione del patrimonio culturale materiale e immateriale. E lo diventa ancor di più quando questo patrimonio è riconosciuto come eredità dell’intero genere umano. Di qui il nostro impegno nella Repubblica Islamica dell’Iran. Impegno teso a restituire a quel Paese e all’umanità intera la storia di un territorio che è stata la culla di una delle più grandi civiltà del passato“.

La missione archeologica a Shahr-i Sokhta inizia nel 2016. Il progetto è finanziato del Dipartimento di Beni Culturali dell’Università del Salento, dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, e da enti e istituzioni private.

Il progetto MAIPS (Multidisciplinary Archaeological Italian Project at Shahr-i Sokhta) è coordinato dal professor Giuseppe Ceraudo e mira principalmente a restituire un quadro più completo sulle organizzazioni proto-statali dell’altopiano iranico del III millennio a.C.