La dentaria, che rendeva affascinante il sorriso nell’antica Roma

La dentaria è tra le ultime piante dell’ampia famiglia botanica delle Crucifere che desideriamo ancora illustrarvi. In questi mesi, le Crucifere ci hanno tenuto compagnia ogni settimana. Nella prossima uscita, chiuderemo il nostro piccolo approfondimento con una tra le specie più importanti, che è la senape. Ma, intanto, occupiamoci della dentaria. È stata classificata come Dentaria enneaphyllos L. dal botanico francese Joseph Pitton de Tournefort (1656 – 1708). Tuttavia è nota anche come Cardamine enneaphyllos Cranz, secondo il binomio che le fu dato da Heinrich Johann Nepomuk von Cranz nel 1769. Noi preferiamo la prima classificazione perché le attribuisce un genere a sé stante, senza farla dipendere dal cardamine, che vi abbiamo già esposto.

Perché, allora, dentaria? Per via di quale tipo di denti? Segnaliamo che già Dioscoride (I secolo) apprezzava questa pianta e che era di uso comune presso gli antichi romani. Che cosa se ne facevano? La masticavano per curare il mal di denti e per la pulizia del cavo orale. E questa potrebbe essere una prima spiegazione del nome. Ce ne sono, comunque, ulteriori due. Secondo alcuni autori, tale genere potrebbe derivare dalla fitta dentellatura che ha il margine delle foglie. E secondo altri dipenderebbe dalle gemme ipogee a forma di dente presenti sulle sue radici. Quanto all’aggettivo enneaphyllos, che determina la specie, si riferisce alla particolarità delle foglie. Esse sono suddivise in verticilli di nove foglioline più piccole riunite in gruppi di tre.

Pianta di dentaria vista dall'alto con foglia verde scuro suddivisa in 9 foglioline riunite a gruppi di 3 e con infiorescenza bianca al centro.
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Non esiste un nome gaelico attribuito alla dentaria. E questo fatto ci rivela alcune caratteristiche della pianta stessa. Per prima cosa, non è una specie autoctona, in Irlanda, ma introdotta. E, come seconda osservazione, possiamo affermare che ciò si è verificato in epoca abbastanza recente, successiva alla metà del XIX secolo.

Prima di allora, infatti, la lingua maggiormente parlata era l’irlandese, soppiantato poi nel corso dell’Ottocento dall’inglese. In tale idioma, si chiama Drooping bittercress (“crescione amaro cadente”): l’assenza del corrispettivo in gaelico avvalora una presenza sul suolo dell’Isola di Smeraldo successiva al 1850. All’inizio fu utilizzata come pianta da giardino, per le belle foglie e i fiori decombenti in racemi penduli. Poi attecchì anche in terreni umidi e boschivi, pur restando poco frequente allo stato selvatico. In Italia, al contrario, è assai più diffusa.

Cespuglio di piantine fiorite in ambiente umido, circondato da muschio.
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Si tratta di una specie erbacea perenne che, quale habitat, predilige appunto il sottobosco montano e submontano. La radice è a rizoma e reca gemme sotterranee. Il fusto glabro termina con la tipica foglia palmato-tripartita verticillata, suddivisa in foglioline lanceolate verde cupo, la cui morfologia vi abbiamo già anticipato.

I fiori hanno 4 petali disposti a croce, perché la dentaria è una Crucifera, e sono di colore bianco o crema, che tende al giallo. Sbocciano tra aprile e giugno e sono riuniti in infiorescenze pendule a racemo. Il frutto è una siliqua ascendente ed eretta le cui valve, a maturazione, si aprono a scatto, spesso attorcigliandosi su sé stesse. I semi allineati che contengono sono piccini e bruni. Consigliamo sempre di ricorrere allo strumento indispensabile delle chiavi botaniche, se volete riconoscere la dentaria in natura.

Particolare di 5 fiori bianco-giallino di dentaria, decombenti, con lungo calice e 4 petali disposti a croce.
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Pur essendo stata spesso usata nella medicina popolare, la dentaria non è mai stata oggetto di studi clinici approfonditi. Eppure contiene principi attivi potenzialmente interessanti tanto nelle foglie quanto nel rizoma. C’è un olio essenziale dal sapore e dall’odore sgradevole, oltre che glucosidi e alcaloidi.

Nelle campagne, l’infuso delle foglie o il decotto delle radici è stato impiegato per secoli per liberare le vie aeree da infezioni e catarro. È stato inoltre considerato un lenitivo dei disturbi gastrointestinali e genitourinari. Studi più approfonditi ce ne potrebbero confermare la validità e valutare anche l’eventuale tossicità dovuta alla presenza degli alcaloidi. In uso esterno, l’infuso è ritenuto un buon collutorio per sciacquare la bocca e per calmare il mal di denti, come ci insegnarono gli antichi romani.

Tavola scientifica con disegno di rizoma, fusto, foglie infiorescenza, siliqua e semi.
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Maura Maffei
Maura Maffei
Eccomi a voi! A livello accademico, sono erborista e soprano lirico. Sono anche iscritta all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte nell'albo pubblicisti. La mia grande passione è scrivere romanzi storici: in più di trent'anni dì carriera, ne ho pubblicato una ventina. E l'altro amore assoluto è quello per la storia e la cultura irlandesi: ogni giorno, faccio esercizi di gaelico, per ripassare questa lingua affascinante e difficile, perché la lingua è la vera anima di un popolo. Una volta ero una viaggiatrice indefessa: adesso mi trovate quasi ogni sabato nelle varie librerie a fare firma copie, perché mi arricchisce molto dialogare a tu per tu con i lettori. Mi piace dipingere, creare collane di pietre dure e ho due vaste collezioni di cui vado orgogliosa: quella di giochi di società e la cineteca. In particolare, faccio incetta di vecchi film di Hollywood, che si giravano tra gli Anni Trenta e gli Anni Sessanta del secolo scorso. Tra i registi di allora, adoro Hawks, Leisen e Capra. La mia famiglia è la mia autentica forza e metto sempre al primo posto mio marito Paolo, mia figlia Maria Eloisa e mio genero Cristiano. Trascorro infine ogni giornata in compagnia di 4 gatti: Jolie, Liath, Croí ed Elvis.
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