Le grandi firme del Made in Italy convertono le loro produzioni per produrre mascherine e camici. Se dobbiamo combattere, facciamolo con stile

Se fosse un incontro di boxe, potremmo dire che i primi due round li ha vinti il Coronavirus. Nel primo round ci aveva colti impreparati, o forse siamo noi che abbiamo pensato che fosse un incontro facile da vincere. Siamo arrivati sottovalutando il nostro avversario, ridendoci sopra. E il primo pugno ricevuto è stato un gancio che ci ha fatto saltare il paradenti. Metaforicamente parlando, questa è stata la prima fase, quella ormai storicamente rinominata la fase della Zona rossa veneto lombarda.

A ripetizione, un pugno dopo l’altro, abbiamo incassato a fatica fino all’uppercut che ci ha messo in ginocchio. Un’Italia messa in ginocchio dall’emergenza sanitaria. Una strage di contagiati ricoverati in ospedali che mancano di camici, mascherine, respiratori e posti in terapia intensiva. Un marzo funesto quello del 2020.

Tutto comincia per via dei fermi doganali di prodotti provenienti dall’estero, soprattutto dalla Cina. E’ noto l’episodio di 50 milioni di mascherine, certificate CE, bloccate dalla macchina della burocrazia. E non è l’unico episodio. Molte aziende italiane hanno convertito la loro produzione, come canonicamente si fa in tempo di guerra, e hanno cominciato a produrre mascherine ma non possono distribuirle sul mercato, neanche gratis, per via dell’ISS, l’istituto Superiore della Sanità.

Qualcosa si muove

Ma il match è ancora aperto, purtroppo, e dopo un primo smarrimento, l’Italia si è messa nell’ottica che non finirà così presto e che, soprattutto non ha nessuna intenzione di perdere. Abbiamo avuto aiuti dalla Cina, da Cuba e persino dalla Russia. Poi, con calma, sono arrivati gli americani. Ma noi non siamo stati con le mani in mano. Dalla ricerca scientifica alle grande aziende abbiamo iniziato una corsa contro il tempo per tenere testa e riprendere le forze per restare in piedi.

Dobbiamo combattere? E allora facciamolo con stile. Camici firmati Armani, mascherine griffate Gucci, respiratori a marchio Ferrari e disinfettanti etichetta Bvlgari.

La classe del made in Italy non è acqua.

Le griffe in tempi di coronavirus

I grandi Brand del Made in Italy si sono attivati per fornire tutto ciò che manca nelle strutture e per proteggerci dal contagio da coronavirus.

Armani annuncia che al posto di vestiti e giacche, i suoi stabilimenti produrranno solo camici destinati alla protezione individuale degli operatori sanitari. L’iniziativa fa seguito alla donazione a favore della Protezione Civile e degli ospedali Luigi Sacco, San Raffaele, Istituto dei Tumori di Milano e dello Spallanzani di Roma a cui lo stilista piacentino aveva fatto seguire altri

Ermenegildo Zegna, nei suoi impianti italiani e svizzeri produrrà mascherine. Inoltre confezionerà camici monouso per medici e operatori sanitari.

Anche Prada consegnerà 80.000 camici e 110.000 mascherine da destinare al personale sanitario.

Ermanno Scervino confezionerà mascherine e camici con tessuti e materiali ad hoc

E infine Bvlgari in collaborazione con ICR, Industrie Cosmetiche Riunite di Lodi, produrrà flaconi di gel disinfettante per le mani destinati a tutte le strutture mediche, con

Nota non meno importante, Damiani ha messo a disposizione della Protezione Civile, l’ex Palafiera di Valenza, edificio di proprietà della famiglia e destinato a diventare la sede produttiva del brand.

E infine, la Ferrari. Insieme a FCA e Marelli, sosterrà l’impegno di Siare, l’azienda produttrice di respiratori polmonari per le terapie intensive. Lo scopo è L’obiettivo di raddoppiare la produzione settimanale dei macchinari, passando dai 150 unità a 300.

E’ doveroso ricordare che tutte queste aziende, si uniscono a molte altre nella solidarietà anche sottoforma di importanti donazioni.

E’ vero, sarà ancor lunga, ma l’Italia sta dando a tutti i Paesi, non solo un modello da seguire, in merito alle misure cautelari, ma anche un grande esempio di solidarietà, fatta per altro con il nostro stile unico, lo stile Made in Italy.