È incredibile che i fotografi passino anni o addirittura una vita intera, cercando di catturare dei momenti che messi insieme non equivalgono nemmeno a un paio di ore.
(James Lalropui Keivom)

Negli ultimi anni ritengo di essermi follemente innamorato dell’idea di poter scattare una fotografia in qualsiasi contesto e occasione. Anzi, per esprimere opportunamente il mio sentimento, presumo sia meglio utilizzare la formula inglese “I fell in love”. Sono letteralmente caduto, ho perso momentaneamente l’equilibrio a seguito della visione di scatti che non pensavo potessero essere realizzati con tale maestosità, poesia e tecnica.

Quasi una sindrome di Stendhal fotografica.

Il mondo in un clik

Vi siete mai soffermati sulla bellezza di alcune foto che passano davanti ai vostri occhi quotidianamente? Non sto parlando di foto esposte necessariamente nei musei o all’interno di mostre, bensì di immagini che potete tranquillamente trovare online, sui social, nelle pubblicità, sui manifesti.

Per esempio, paesaggi raffiguranti territori lontani, ritratti di persone che ricordano dipinti visti nei libri scolastici, tramonti incorniciati con colori inimmaginabili, attimi rubati di vita vissuta che raccontano storie, tutte con un comune denominatore: tutte fotografie realizzate non solo da coloro che esercitano la professione, ma anche da normali amatori che hanno tramutato la loro semplice passione in arte. Davvero straordinario.

Perché la fotografia appartiene a tutti e chiunque può diventare un fotografo professionista.

Non stiamo parlando di un’abilità elitaria destinata a pochi eletti ma di una creatività presente in ognuno di noi. Dobbiamo solo lavorare sodo per farla evolvere nel migliore dei modi.

Foto o immagine?

Ogni giorno migliaia di persone scoprono l’emozione di azionare per la prima volta il pulsante di scatto della propria reflex, del loro smartphone, della loro mirrorless o di una vecchia macchina a pellicola di papà.

Ma attenzione! C’è differenza tra fotografia ed immagine. Purtroppo, Instagram & co. danno l’illlusione che tutti siano fotografi e tanti si sentono tali, ma non bisogna dimenticare che l’effetto scenico dell’immagine, nel 90% dei casi, è dato da un programma, un filtro o una diavoleria tecnologica digitale del social. Quelle non sono fotografie, ma immagini. Di grande godibilità, di forte impatto, ma restano immagini. Certo, è fondamentale l’attitudine personale e lo stimolo creativo, ma il tutto va obbligatoriamente perfezionato con la tecnica, se di fotografia vogliam parlare. Riuscire a fare con macchina fotografica, quello che farebbe il programmino di turno.

In seguito, la cosa più bella che si possa fare subito dopo aver prodotto una fotografia è condividerla con le persone che ci circondano. Cercare il dialogo per scoprire il significato che rappresenta per noi quell’immagine, analizzare la storia dietro lo scatto al fine di poter permettere ad altri di emozionarsi a loro volta, apprendere gli errori appena commessi per non ripeterli in futuro: questa è la mia definizione personale del concetto di fare fotografia.

una veduta notturna di San Francisco

Internet, una scuola alla portata di tutti

Sono anni meravigliosi dal punto di vista tecnologico, basta una connessione internet per accedere a tutte le informazioni necessarie per trovare tutorial, scoprire quali corsi di apprendimento sono presenti nella nostra città, dove comprare l’attrezzatura migliore al prezzo più vantaggioso, come assemblare un pc necessario alla post produzione digitale, trovare community dove poter scambiare consigli e opinioni, partecipare a workshop e videoconferenze per aggiornarsi, possiamo fare qualsiasi cosa. Basta volerlo.

Di conseguenza, in questo scenario è molto facile imbattersi in giovani fotografi che si sentono già “arrivati” e appaiono supponenti solo per qualche scatto ben fatto o semplicemente per il numero di like ricevuti sui social. Ma esiste anche un’altra faccia della medaglia. Giovani professionisti che dopo anni di studio, esercizio mirato a raggiungere la perfezione, continui tentativi per sperimentare nuove tecniche e affinare competenze già acquisite, decidono di condividere il proprio sapere.

La tecnica di Matteo Bertetto

Persone come Matteo Bertetto sono l’evidente dimostrazione che l’impegno costante, il duro lavoro finalizzato al continuo miglioramento, l’infinita curiosità e una piena fiducia nelle proprie capacità, possono permetterci di realizzare qualsiasi cosa. Anche di trasformare una semplice passione in una vera e propria professione.

Ha sperimentato nel corso degli ultimi anni una particolare tecnica (attualmente brevettata con il suo nome) in grado di raggiungere risultati eccezionali, personalizzando le immagini rendendole riconoscibili tra mille altre.

Infatti, questa tecnica è talmente apprezzata da professionisti ed amatori che per frequentare i corsi di Matteo è necessario attendere un paio di mesi, visto il numero elevato di iscritti.

Oltre a visitare il sito ufficiale di Matteo Bertetto, se si ama la fotografia di qualità è obbligatorio iscriversi alla pagina Facebook Fotografia Moderna A&M, all’interno della quale è possibile trovare una delle migliori community di fotografia italiana. Sembra impossibile ma esiste un gruppo di amatori e professionisti che condividono una passione con il massimo rispetto reciproco e con la voglia di aiutarsi l’un l’altro per poter migliorare le proprie capacità.

Ma lasciamo che sia lo stesso Matteo Bertetto a raccontarci in cosa consiste e come è nata la sua tecnica, in un’intervista che, per ovvie ragioni di spazio, ho riportato in questo articolo correlato

La foto copertina, ovviamente, è di Matteo Bertetto.

Una fotografia di una caverna di terra rossa ripresa con una tecnica nuova di Matteo Bertetto
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Alfonso Milano
Dice di se: Il nostro primo innamoramento sconvolgerà definitivamente la nostra esistenza. Questo impulso inarrestabile in grado di coinvolgere tutte queste emozioni e sentimenti, credo meriti una maggiore considerazione da parte nostra. Io ricordo perfettamente la prima volta che mi sono innamorato: avevo quindici anni ed ero seduto su una poltrona del teatro Leonardo di via Ampère a Milano. Quella sera i miei sensi sono stati testimoni della loro rinascita, come se fossero stati solo parzialmente utilizzati fino a quel momento. La vista era inebriata da quelle magnifiche scenografie, l'udito rapito dalla voce di Puck, il tatto accarezzava il legno della poltrona, il gusto assaporava la paura scatenata dalle parole di Oberon, l'olfatto percepiva l'odore del sudore degli attori. "Sogno di una notte di mezza estate" non aveva semplicemente suscitato in me la mia prima catarsi, bensì un sentimento più nobile, era amore puro. Da allora non ho più abbandonato il teatro e anche adesso che ho 34 anni, le sensazioni che provo ogni volta che il sipario si apre dinanzi ai miei occhi sono le medesime. Adoro interrogarmi continuamente durante una rappresentazione teatrale o cinematografica: cerco di carpire il percorso che hanno svolto gli attori e il regista con lo studio del personaggio, mi nutro di dettagli in modo da poter recepire ancor meglio il messaggio dell'opera. Perché diciamolo a gran voce: "il primo amore non si scorda mai!". Spero solo non sia gelosa mia moglie.