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La mini serie, prodotta dal colosso americano e per la regia di Cosima Spender, è stata molto seguita in oltre 190 paesi, incluso l’Italia, voleva essere una narrazione fedele dell’operato di Vicenzo Muccioli, fondatore di San Patrignano, la comunità più famosa al mondo. O così pensavano i suoi autori Paolo Bernardelli, Gianluca Neri e Carlo Gabardini.

Invece, Netflix si ritrova querelata per diffamazione aggravata dai figli di Vincenzo Muccioli.

Secondo i famigliari, si è infangato il nome del padre con insinuazioni e bugie sia in merito alla sua morte, sia in merito alla conduzione della comunità. Non solo, l’infamia più pesante cade sull’insinuazione di omosessualità dello stesso Vincenzo Muccioli.

Il documentario si basa su spezzoni di interviste con diversi testimoni, 25 in tutto, che però sono di parte e con dei rancori verso Muccioli. Le immagini e le interviste con il fondatore della comunità provengono da differenti archivi e sono impostate su una linea di dubbi e diffidenze che, al tempo, avevano fatto cronaca.

Nesuna voce a favore, nessun testimone pro Muccioli. Eppure sono tanti quelli che ancora oggi dicono grazie per il lavoro di Vincenzo Muccioli.

Correva l’anno…

Gli anni settanta e ottanta non sono stati tutti rosa e fiori. Il “dark side of the moon” di quegli anni proseri e rigogliosi di progresso e di benessere nascondevano e neanche troppo bene dei risvolti sociali tremendi.

La droga infestava le strade di tutte le città italiane, delle periferie e d era arrivata anche nei borghi più caratteristici del nostro Bel Paese. Era una realtà che putoppo entrava nelle case di molti, anche in quelle delle migliori famiglie.

I ragazzi che si drogavano il più delle volte rubavano in casa per procurarsi una dose. Cambiavano completamente e le famiglie vivevano dei veri e propri drammi. Le istituzioni non erano pronte ad assorbire socialmetne un problema del genere. La risposta alla droga era il carcere o l’ospedale psichiatrico.

Così, molti cacciavano di casa i propri figli, alcuni se ne andavano da soli. Ciondolavano come zombie nei parchi, per le strade e spacciavano ovunque, agli angoli delle vie, davanti alle scuole, nei sotteranei della metro.

Luci su San Patrignano

Quando ancora la droga era un tabù e lo Stato Italiano non aveva alcun piano di recupero e di assistenza ai tossicodipendenti, nelle campagne romagnole un uomo alto, forte e determinato metteva a disposizione la sua casa per ospitare quelli che all’epoca erano considerati i rifiuti urbani di una società per bene.

San Patrignano nasce per la volontà di un solo uomo e cresce con l’aiuto di tutti coloro che hanno fortemente voluto uscire dalla tossicodipendenza. Una cascina di proprietà dello stesso Muccioli che negli anni è diventata il punto di riferimento per migliaia e migliaia di persone. Giovani che in San Patrignano trovavano un rifugio, un lavoro, una famiglia.

Un luogo che è cresciuto, diventato una vera e propria azienda di produzione agricola, tessile, allevamenti di animali e tantiimo altro, autosufficiente e autofinanziata. Una comunità che ha collaborato con lo Stato stesso per il recupero dei tossicodipendenti.

La testimonianza di Red Ronnie

Non erano molti all’epoca i giornalisti che affrontavano a muso duro l’argomento droga. Meno ancora quelli che hanno avuto il coraggio di difendere la comunità di San Patrignano, quando sono cominciati ad arrivare i primi guai.

Malgrado il sostegno di grandi personaggi noti, come i Moratti, Enrico Maria Salerno e Paolo Villaggio, Vincenzo Muccioli era nel mirino delle cronache e la linea editoriale della maggioranza della stampa dell’epoca percorreva la strada della diffidenza e prendeva le distanze dalla difesa di Muccioli.

Red Ronnie, inserito nel documentario attraverso diversi spezzoni, è stato testimone, anzi cronista storicodella vicenda San Patrignano. Il suo lavoro integerrimo di cronista lo ha portato ad archiviare ore infinite di registrazioni e riprese che documentano quasi in tempo reale i quasi vent’anni di attività di Vincenzo Muccioli.

Un patrimonio sul quale poterci fare dieci serie TV, o almeno una, ma coerente e fedele il più possibile ai fatti reali.

Red Ronnie c’era e, come lui stesso afferma nella sua diretta del 2 gennaio 2021, ha fornito moltissime riprese, filmate personalmente. Ma il materiale estratto è stato esiguo e ciò che veramente poteva dare un quadro vero e sincero di Vincenzo e di San Patrignano, non è stato usato.

Le catene di San Patrignano

Non è questa l’immagine che ne viene fuori dal documentario Netflix, ma solo i metodi e i modi discutibili di gestione, che erano stati oggetto di indagine della Procura e le testimonianze rancorose di chi in quella comunità aveva trovato l’unica speranza di salvezza esistente all’epoca. Dichiarazioni che, nel documentario, fanno emergere le parti più discutibili della figura di Muccioli, quelle di cui si nutre il gossip e l’ignoranza. Perchè comunque bisogna ricordare che Vincenzo fu assolto da tutte le accuse in entrambi i processi che ha dovuto affrontare nel corso della sua vita. E questo è un fatto.

A completare l’opera diffamatoria, si aggiunge l’insinuazione della morte di AIDS di Vincenzo Muccioli e la sua presunta omosessualità.

Troppo per i famigliari per non intamare un’iniziativa legale contro Netflix.

Le catene di San Patrignano sono queste, ancora oggi, a distanza di più di vent’anni: il pregiudizio, il falso perbenismo, le insinuazioni e le infamie che continuano a gravare su una realtà scomoda che ha sottratto migliaia di giovani alla droga e miliardi al mercato della droga e alla criminalità organizzata e su un uomo, forse troppo sincero.

foto copertina (huffingpost.it/ANSA)