Sono solo pietre d’inciampo; sono piccole, quasi nascoste dai passi frettolosi delle migliaia di persone che percorrono le strade di centinaia città europee. Sono più di settantamila. Sono in 24 stati tra cui l’Italia. E ciascuna di esse partecipa a un mosaico: quello della memoria

Le pietre d’inciampo nascono da un progetto artistico ispirato da regioni etiche, storiche e politiche. Ma sono essenzialmente strumenti contro l’oblio, un modo per tracciare il ricordo in modo Indelebile. La forma è quella di un sanpietrino. E in effetti è un cubetto di porfido con la superficie d’ottone. Sopra una scritta “Qui abitava…” e poi dei dati: nome, cognome, data di arresto. A seguire data e luogo di deportazione. Infine data di morte. Poste sul selciato davanti all’ultima abitazione conosciuta della vittima. L’ultima abitazione da persona libera.

Gunter Demnig

Le pietre d’inciampo vedono la luce nel 1993, con il nome di Stolpersteine, per mano dell’artista tedesco Gunter Demnig. Due anni dopo vengono installate per la prima volta senza autorizzazione nella città di Colonia. Oggi ciascuna di esse partecipa alla costruzione di questo monumento diffuso, mosaico di memorie europee.

Gunter Demnig che mostra una pietra di inciampo incisa con la targa in ottone
Gunter Demnig

“Non è certo una gioia, lo faccio perché è importante ricordare“. Così commenta Gunter Demnig, 72 anni e l’ aria bonaria di chi fa semplicemente il proprio dovere. Gira l’ Europa per posare di persona le “formelle della memoria”, che produce nel suo laboratorio di Frechen, in Germania.

Dal allora ne ha installate più di 70 mila. Demnig ha fatto suo il passo del Talmud che recita “una persona viene dimenticata soltanto quando viene dimenticato il suo nome”. Per questo le Pietre d’ inciampo riportano nome e cognome, data di nascita, data e luogo di deportazione e morte dei perseguitati.

In città non hanno mai abitato Rom

L’ idea nasce durante una cerimonia a Colonia per ricordare la deportazione di cittadini rom e sinti, una signora obiettò che in città non avevano mai abitato rom. Demnig decise allora di spendersi interamente al progetto: una Pietra d’ inciampo per ciascuna delle persone che non fecero più ritorno a casa. Cappello a tesa larga e ginocchiera per lavorare chino sulla strada, ha già toccato 24 Paesi europei. In Italia ha posizionato le sue Pietre da Torino a Roma passando centri più piccoli come Ostra Vetere (Ancona) e Sarezzo (Brescia), solo per fare alcuni esempi.

Asfalto con pietre d'inciampo con targa. Piedi che camminano sullo sfondo.

Sono sempre inorridito ogni volta che incido i nomi, lettera dopo lettera. Ma questo fa parte del progetto, perché così ricordo a me stesso che dietro quel nome c’è un singolo individuo. Si parla di bambini, di uomini, di donne che erano vicini di casa, compagni di scuola, amici e colleghi. E ogni nome evoca per me un’immagine. Vado nel luogo, nella strada, davanti alla casa dove la persona viveva. L’installazione di ogni Stolperstein è un processo doloroso ma anche positivo perché rappresenta un ritorno a casa, almeno della memoria di qualcuno“.

Bisogna guardare in basso

Prive della verticalità tipica dei monumenti, le pietre d’inciampo hanno bisogno della distanza ravvicinata per essere notate e osservate. Forse perché la memoria di questa tragedia ha bisogno di raccoglimento, di vicinanza. Di sguardi che si chinano verso il basso. Perché per dimostrare di essere contro le deportazioni occorreva un contro-monumento.

La richiesta di installare le Pietre parte nella maggioranza dei casi dalle famiglie o dagli amici delle vittime, che forniscono anche i dati biografici essenziali. L ’autorizzazione alla posa è fornita dai municipi, che si incaricano di tutelarne la permanenza.Le persone ricordate dagli Stopernsteine sono tutti i deportati per motivi razziali, politici, militari, i rom, gli omosessuali, i testimoni di Geova.

Un progetto monumentale europeo per tenere viva la Memoria di tutti i deportati nei campi di concentramento e di sterminio nazisti che non hanno fatto ritorno alle loro case

La posa delle pietre aTorino

Gli Stolpersteine, le opere d’arte memoriale di Gunter Demnig sono state posate a Torino per la prima volta nel 2015. All’interno di un progetto che ha visto come promotori e sostenitori il Museo diffuso della Resistenza, la Comunità ebraica, il Goethe Institut e L’ANED. In stretta collaborazione con l’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea (Istoreto) e l’adesione di numerosi enti.

Per l’avviamento e la cura del progetto torinese è stato individuato un Comitato esecutivo, incaricato della raccolta delle richieste di intitolazione di Pietre d’inciampo e della gestione del rapporto con l’artista tedesco. In parallelo anche un Comitato scientifico, che ha stabilito i criteri storiografici di accettazione delle richieste, la loro verificazione e la definizione specifica della singole formule memoriali da incidere.

Le incisioni della memoria

Dal 1938 al 1945

L’ambito preso in considerazione va dal 1938, data dell’emanazione delle leggi razziali, al 1945. L’ anno che segna la chiusura della guerra e con essa della violenza nazi-fascista e del sistema di deportazione e sterminio.
Nel 2015 sono state posate le prime ventisette Pietre.

Momenti emotivamente forti, perché la Pietra costituisce una forma di “ritorno a casa” di rara potenza simbolica come un rituale di introduzione nella comunità del ricordo. Il successo dell’iniziativa è stato tale da indurre enti e decisori politici a progettare una continuazione del progetto che da allora non si è più interrotta.

La posa del 2020

Il Museo Diffuso della Resistenza – in collaborazione con la Comunità Ebraica di Torino, l’Associazione Nazionale Ex Deportati (Aned) – sezione Torino e il Goethe-Institut Turin – per il sesto anno porta a Torino gli Stolpersteine di Gunter Demnig.

Riproduzione della piccola targa in ottone

Martedì 14 gennaio

Programma

Saranno posizionate 6 pietre in 4 luoghi.

Alle ore 11,in via Piazzi 3, in occasione dell’installazione delle pietre dedicate ad Alessandro Colombo, Wanda Debora Foà ed Elena Colombo, avrà luogo la cerimonia pubblica alla presenza delle istituzioni e degli enti promotori.

Ore 9,30 – Via Franco Bonelli, 2
Tranquillo SARTORE
Ore 10 – Corso Alessandro Tassoni, 15
Marisa ANCONA
Ore 10,20 – Via Pianezza, 10
Francesco STACCIONE
Ore 11 – Via Giuseppe Piazzi, 3
Alessandro COLOMBO, Wanda Debora FOA’, Elena COLOMBO

Ulteriori informazioni nell’ Evento Facebook e sul sito ufficiale del Museo Diffuso di Torino

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Monica Col
Laurea in lettere e filosofia un lungo passato come cronista de “Il Corriere Rivoli15" e “Luna Nuova”. Ha collaborato alla redazione del “Giornale indipendente di Pianezza", e di vari altri giornali comunali, cura l'editing per le pubblicazioni per la Croce Verde delle Alpi. Premiata in vari concorsi letterari come piazza alfieri e historica ( salone del libro 2019). Cura l’ufficio stampa di Parco Commerciale Dora, del maestro e compositore Giorgio Bolognese, del pittore Stefano Galli, dell’artista di Land Art Osvaldo Neirotti, della galleria d’arte “Ambulatorio dell’Arte “ e del Movimento Artistico GoArtFactory. Segue la comunicazione per varie aziende del territorio. Ha seguito come ufficio stampa la campagna elettorale di diversi politici sia locali che regionali. Dice di sé: “L’arte dello scrivere consiste nel far dimenticare al lettore che ci stiamo servendo di parole” (Bergson).È questo secondo me il significato vero della scrittura. Non parole, ma emozioni. Quando riesci ad arrivare al cuore dei lettori, quando scrivi degli altri ma racconti te stesso, quando racconti il mondo, quando racconti l’uomo. Quando la scrittura non è infilare una parola dietro l’altra in modo armonico, ma creare un’armonia di voci, di sensazioni, di corse attraverso i sentimenti più intensi, attraverso anche la realtà più cruda. Questo per me è il vero significato dello scrivere.