L’edera, undicesimo mese lunare del calendario arboreo irlandese
È l’edera, un arbusto rampicante, dopo tanti alberi maestosi, a rappresentare l’undicesimo mese lunare del calendario arboreo irlandese. In epoca precristiana, questa pianta era chiamata Gort e donava la sua iniziale G anche all’alfabeto arboreo, derivato dal calendario stesso. Il mese di Gort era l’undicesimo ed era compreso tra le attuali date del 30 settembre e del 27 ottobre. Seguiva quindi il mese della vite e precedeva quello del tiglio. Per i celti, si trattava di una specie legata all’archetipo femminile, che ne favoriva e custodiva la maternità. Le donne gravide che ne indossavano ghirlande avrebbero partorito più facilmente una coppia di gemelli.


In epoca cristiana, divenne l’addobbo prediletto per l’altare delle chiese, quando si celebravano i matrimoni. Le fanciulle in età da marito ne tenevano una foglia in tasca, a Imbolc, ossia il 1° febbraio. Il primo giovanotto che avessero incontrato lungo la via sarebbe stato il loro futuro sposo. Del resto, nel linguaggio dei fiori, l’edera è considerata ovunque simbolo del vincolo coniugale. E in Irlanda divenne l’erba natalizia per eccellenza, da abbinare nelle decorazioni all’agrifoglio, pianta invece tipicamente maschile. Era tradizione immergerne una foglia in un vasetto pieno d’acqua, nella Notte Santa. Se essa si fosse mantenuta verde sino alla Dodicesima Notte, ossia all’Epifania, l’anno che cominciava sarebbe stato prospero e fortunato. Se al contrario si fosse annerita, il nuovo anno avrebbe recato alla famiglia malattie e lutti.


Altre usanze celtiche che riguardano l’edera
Sempre in Irlanda, dove in gaelico si traduce oggi come Eidhneán, in alcune contee permane la consuetudine folcloristica dell’Ivy Girl. In che cosa consiste? In ogni parrocchia, l’ultimo covone di grano del raccolto dell’anno viene legato con l’edera e letteralmente vestito di pizzi e nastri. Viene portato poi in trionfo su un carro sino al villaggio e consegnato come premio ironico al contadino che è stato più lento a terminare. In altre contee, si sconsiglia di strappare l’edera che cresce sui muri delle chiese: anche una sola foglia sottratta causerebbe malanni a chi l’ha portata via. In compenso, una pianta che prosperi rigogliosa accanto alla porta di casa sarà la miglior guardiana per respingere il diavolo e le streghe.


In Galles, sono assai temute le foglie di edera completamente bianche: quando compaiono, annunciano una sventura imminente, come l’impossibilità di avere figli o problemi economici. Si tramanda che, quando un contadino è costretto a vendere la sua proprietà per un tracollo finanziario, l’edera della siepe di casa diventi candida. In Inghilterra, nella contea di Cambridge, l’edera variegata, con striature bianche, era segno di sfortuna, se presa per sbaglio con la legna da ardere. In Scozia, tuttavia, si circondavano le stalle di edera, per proteggere le mucche e il loro latte dagli incantesimi dei folletti. Infine, a Guernsey, si diceva che fosse meglio evitare di addobbare il camino con l’edera, prima di Natale, Lo avrebbe trasformato, infatti, in un focolare magico, che avrebbe attirato le streghe.


Secondo le antiche civiltà mediterranee
Per gli egizi, l’edera era la pianta preferita di Osiride mentre, a detta dei greci, fu il dio Dioniso a portarla dall’Asia in Europa. Per questo, nei culti misterici, i suoi fedeli si cingevano con un suo ramo il capo. Presso i romani, le giovani donne ne portavano ghirlande sotto le vesti, per mantenere tonico il seno. Nel IV secolo a. C., Ippocrate fu il primo a evidenziarne le proprietà astringenti.


Nel Rinascimento
Leonardo da Vinci sosteneva che l’edera avesse la virtù di medicare piaghe e infezioni. Aveva infatti notato che gli animali feriti andavano a strofinarsi contro i suoi cespugli. Ma i suoi contemporanei l’apprezzavano soprattutto quale rimedio contro i pidocchi: si lavavano con il decotto per eliminarne le uova. Applicato dalle dame sui capelli ingrigiti, ridonava alle chiome una piacevole nuance bruna. Era pure elemento araldico per eccellenza: l’edera compare in molti stemmi di famiglie rinascimentali. Ciò è dovuto alla sua straordinaria longevità: riesce a vivere in media dai cinque ai dieci secoli. Inserendola nello stemma del casato, i nobili auguravano in questo modo a loro stessi una lunga discendenza.


Qualche appunto botanico sull’edera
L’edera appartiene alla famiglia delle Araliacee ed è stata classificata come Hedera helix L. Si tratta di un arbusto sempreverde, legnoso e rampicante, che può estendersi fino a una ventina di metri. Predilige quale habitat i boschi di latifoglie, in Europa e in Asia occidentale. Il fusto lianiforme è dotato delle cosiddette radici avventizie, che le permettono di aderire ad alberi, a rocce o a muri. Le foglie sono verde intenso, spesso venate di bianco, lucide e coriacee, composte da 3-5 lobi angolosi. Solo quelle dei rami fioriferi sono intere, ovate o romboidali, di forma appuntita. I fiori, composti da 5 petali verdastri, sono riuniti in infiorescenze globose, a ombrella, che sbocciano tra settembre e ottobre. I frutti, invece, simili a bacche nero-bluastre, maturano in primavera.


Proprietà fitoterapiche: da usarsi con molta prudenza
Sebbene sia assai elegante, l’edera è una specie tutt’altro che tranquilla, dal punto di vista medicinale. I frutti sono molto velenosi, perché contengono alfa-ederina, che provoca vomito e scariche diarroiche. Non vanno assolutamente ingeriti. La droga è costituita dalle foglie, che contengono saponine triterpeniche (ederasaponina C) e alcaloidi (emetina). Se possono essere impiegate senza problemi in uso esterno, per uso interno è necessario consultare un medico. Svolgono una funzione espettorante, anticatarrale, antispasmodica sull’apparato respiratorio, colagoga e regolatrice del ciclo mestruale. In applicazione esterna, i cataplasmi di foglie giovano come antinevralgico per i dolori reumatici e per la sciatica. Leniscono le piaghe e le scottature e migliorano la cellulite. Messe a macerare nell’aceto, le foglie sono pure efficaci per rimuovere calli e duroni. Infine, è consigliatissimo il decotto per lavare la biancheria: già le nostre nonne vi immergevano i capi pregiati in lana o seta, rendendoli più lucenti e morbidi.


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