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Proteste in piazza in tutta Italia. Gli artisti riuniti hanno manifestato pacificamente al grido di “vogliamo lavorare!”

La disperazione è l’impossibiltà di sopravvivere e purtroppo “senza soldi non si canta messa” ma neanche l’opera, ne tutto il resto. Per questo in tutta Italia arte, musica e cultura sono scese in piazza per “cantarle” al Governo.

La chiusura delle attività artistiche dura ormai da otto mesi. E che non si dica che c’è stata l’estate per recuperare un pò perchè non è vero. Sagre, fiere, feste patronali, tutte sostituite da eventi statici sporadici e la paura di molti comuni è prevalsa sulla scelta di fare spettacoli da offrire nelle piazze.

E si è arrivati alla tanto temuta “seconda ondata”. Senza aver fatturato un solo show, con una categoria inquadrata nel “reddito d’emergenza” e con prospettive funeste per le prossime stagioni, anche dell’anno a venire. Perchè oltre al danno, c’è anche la beffa. Oltre ad aver perso il lavoro, non c’è neanche la prospettiva di poter trovare un altro lavoro.

“Vogliamo lavorare” hanno gridato in tutte le piazze d’Italia. Proteste di piazza a livello nazionale che si sono svolte pacificamente, ma con tanto amaro in bocca.

Vai a lavorare!

Probabilmente, almeno una volta nella vita ogni artista si è sentito dire ” vai a lavorare!”. Ma intanto sono i giullari che ti fanno divertire, che ti danno emozioni, attraverso la musica, il teatro, l’arte, la cultura, dall’alto di un palcoscenico.

Chi parla così, pensa che il lavoro sia fatto di mani sporche di farina o di calce, che il lavoro sia una catena di montaggio o una scrivania. E’ così che muore la creatività dell’individuo: spegnendo la fantasia e accogliendo come unico parametro di “produzione” la razionalità. Niente di più falso.

L’arte è un settore produttivo importantissimo che accoglie un numero impressionante di lavoratori. Un settore che è stato sottovalutato dalle stime del Governo che non ha provveduto ad un sostegno adeguato subito ma che ha penalizzato con la chiusura fin dall’inizio dello stato di emergenza. Forse si può stare senza intrattenimento, ma le famiglie che vivono di intrattenimento, non possono stare senza soldi e stanno raggiungendo una soglia di povertà davvero critica.

Quale futuro per l’arte?

Lo abbiamo chiesto a Maurizio Scandurra, giornalista cattolico e saggista, critico musicale ed esperto in fenomenologia dello spettacolo.

Tutte le arti espressivo-comunicative in cui si espleta la creatività dell’umano vivono più di rappresentazioni dal vivo che di prodotti preconfezionati. Il disco scompare, il concerto impera. La mostra sbiglietta, il catalogo meno. I film si vedono al cinema, dvd e simili calano di vendite. Questo per dire che la dimensione aggregativo-sociale costituisce l’ossatura portante della fruizione di qualsivoglia forma di spettacolo o rappresentazione scenico-artistica il cui senso più profondo sta proprio nella contestuale compartecipazione di chi ne è protagonista e di chi vi assiste.

Un risicato quadrimestre di calendari intermittenti flagellati e violentati da continue e improvvise cancellazioni, rimandi, spostamenti, sancisce nel pubblico la rinuncia per cause di forza maggiore a quel bisogno di cultura che, come ho detto in questi giorni ovunque insieme al Professor Meluzzi, unitamente alla convivialità del mangiare insieme, è la base di ogni relazione antropica e di comunicazione umana propriamente dette.

I pochi eventi realizzati nel 2020, declinati su tutta la gamma, nella fattispecie figurativi e dello showbusiness non coprono neppure un lontano 10% dei volumi complessivi persi dal comparto

proteste in piazza
Proteste in piazza dei lavoratori dello spettacolo