Veronica: nel linguaggio dei fiori equivale a un addio

La veronica rispecchia in tutte le sue caratteristiche la famiglia delle Scrofulariacee, di cui ha rappresentato per secoli una delle specie principali. Nella moderna classificazione, è stata spostata in un’altra famiglia e – udite, udite! – gli studiosi non si sono ancora messi d’accordo su dove collocarla. C’è chi vorrebbe attribuirla a una neonata famiglia delle Veronicacee, perché di Scrofulariacee non vuol proprio sentir parlare. E c’è chi pretende di parcheggiarla anch’essa tra le Plantaginacee, come accade per molte altre piante che di recente vi abbiamo illustrato. Noi continuiamo a ritenerla una Scrofulariacea e così ve la presentiamo. Il suo nome latino Veronica officinalis L. non è di chiara etimologia. Chi è la Veronica cui è intitolato il genere botanico?

La tradizione antica la collega al personaggio evangelico che compare nella Passione di Cristo. Si tratta della donna che asciugò il volto di Gesù mentre saliva al Calvario con il pesante legno della croce sulle spalle. La nostra piantina comincia a fiorire ogni anno nel periodo della Settimana Santa e da qui deriverebbe la relazione con la Veronica biblica. Secondo un’altra tradizione, i suoi fiori azzurri dalle venature scure farebbero pensare al volto di Gesù che rimase appunto impresso nel telo di Veronica. Altri ancora sostengono che la Veronica in questione sia, in realtà, la mistica santa Veronica Negroni da Binasco (XV secolo), che aveva la fama di taumaturga. Molto più semplice è l’interpretazione dell’aggettivo officinalis, che determina la specie. Come abbiamo già scritto in precedenti articoli, esso fregiava solo le erbe medicinali più nobili. In questo caso, distingueva dalle altre la pianta ritenuta più curativa nel genere Veronica.

Spiga di veronica, con particolare su 3 fiori azzurri zigomorfi.
Foto di esiuL da Pixabay

Erba autoctona irlandese, era stimata al punto di essere chiamata in gaelico Lus cré che traduciamo come “pianta della terra”, come se tutte le altre non esistessero! La veronica era il rimedio contadino principale contro il mal d’orecchi, versando il suo succo nel dotto uditivo. Ed era l’amuleto dei pellegrini che si mettevano in viaggio per raggiungere i grandi santuari del Continente. Nel Medioevo, gli irlandesi diretti a Roma o a Santiago di Compostela avevano sempre un ciuffo fiorito di veronica appuntato sul bavero della loro veste.

Da tale consuetudine, proviene il suo significato nel linguaggio dei fiori, che riguarda l’addio e la partenza. Era e resta il fiore che si regala a chi deve compiere un viaggio, quale segno di protezione dai pericoli in cui può incorrere. Il suo colore ricorda quello del cielo e anche qui in Italia la veronica è soprannominata “occhi della Madonna”. Per questo motivo, si pensava che proteggesse il pellegrino come se lo sguardo divino fosse sopra di lui.

Due fiori azzurri con foglie verdi alla base degli steli.
Foto di esiuL da Pixabay

La veronica è una specie erbacea annuale diffusa in tutto l’emisfero boreale e frequente nei terreni acidi, in prati, pascoli, siepi e boschi soleggiati e non troppo fitti. È pelosa, pubescente e strisciante, con la capacità di radicare nei nodi; solo i fusti fioriferi sono eretti e raggiungono una trentina di centimetri d’altezza. Le foglie ovali, dal margine leggermente dentato, sono opposte e picciolate.

I fiori, che sbocciano tra aprile e agosto, sono riuniti in infiorescenze a spiga affusolata poste alla sommità dei fusti. Sono zigomorfi, quindi con un solo asse verticale di simmetria, e di colore azzurro tendente al lilla. La corolla unica è suddivisa in 4 lobi striati di differente dimensione. Il frutto è una capsula cuoriforme sormontata da un corto stilo. Per riconoscere la veronica con certezza in natura, occorre utilizzare l’indispensabile strumento delle chiavi botaniche.

Disegno scientifico con radici, fusto, foglie, fiori e frutti.
Quest’opera è di pubblico dominio anche in USA

Per secoli, la veronica è stata considerata una pianta curativa straordinaria, con la virtù di debellare qualsiasi malanno. Nel Medioevo, i medici la impiegavano persino per contrastare la lebbra! Sino all’Ottocento, le furono dedicati interi trattati e le fu affibbiato il nome di tè svizzero per legarla agli esperti monaci erboristi di questa Nazione. Ma dal Novecento in poi, le sue proprietà sono state ridimensionate, man mano che proseguiva lo studio dei principi attivi. Contiene infatti il glicoside aucubina, alcune sostanze amare e tannini. Sono buoni costituenti che, tuttavia, non la rendono una panacea universale.

Il suo infuso, da bere lungo la giornata al posto del tè, si prepara ponendo due cucchiai rasi di droga (qui rappresentata dalle parti aeree della pianta) in mezzo litro d’acqua. Si porta a bollore, si spegne e si lascia riposare sotto coperchio per una decina di minuti. La tisana va poi filtrata e dolcificata a piacere. La veronica giova quale rimedio casalingo, che non deve mai sostituire le cure mediche in corso, soprattutto come aperitivo, carminativo (contro l’aerofagia) e digestivo. È un buon diuretico, espettorante e depurativo per chi soffre di dermatiti varie, lenisce l’emicrania e agisce anche contro disturbi epatici e reumatici. Non è certo un rimedio miracoloso ma una semplice e simpatica erbetta, nostra alleata nei piccoli disturbi quotidiani.

Fiori di veronica in controluce, con corolla zigomorfa a 4 lofi ed evidenti striature scure.
Foto di Henrikas Mackevicius da Pixabay

Foto di copertina rilasciata sotto licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale .

Le Scrofulariacee, con la sventura del nome di malattia

La perlina rossa, una gloria del passato da riscoprire

Pidocchiara, affascinante e perversa dispensatrice di pidocchi

Graziella, veleno insidioso che si maschera da medicina

Mimolo, piccolo attore di palude che imita sempre il sorriso

Cimbalaria, che si fregia del soprannome di Rovine di Roma

Il melampiro, grano nero per un burro eccezionale

Eufrasia, una bellezza che rende l’occhio luminoso

La cresta di gallo, che annuncia il taglio del fieno

La linaria, una formidabile trappola per insetti

La scrofularia: il fiore al centro sboccia per primo

Arandora Star: dopo 86 anni, Giornata nazionale per le vittime

Il cardinale Bagnasco parla di speranza a Torino: «Dio è all’opera»

Maura Maffei
Maura Maffei
Maura Maffei è da oltre trent’anni autrice di romanzi storici ambientati in Irlanda, con una ventina di pubblicazioni all’attivo, in Italia e all’estero: è tra i pochi autori italiani a essere tradotti in gaelico d’Irlanda (“An Fealltóir”, Coisceim, Dublino, 1999). Ed è anche inscritta all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte nell'elenco Pubblicisti. Ha vinto numerosi premi a livello nazionale e internazionale, tra i quali ci tiene a ricordare il primo premio assoluto al 56° Concorso Letterario Internazionale San Domenichino – Città di Massa, con il romanzo “La Sinfonia del Vento” (Parallelo45 Edizioni, Piacenza, 2017) e il primo premio Sezione Romanzo Storico al Rotary Bormio Contea2019, con il romanzo “Quel che abisso tace” (Parallelo45 Edizioni, Piacenza, 2019). Nei due romanzi “Quel che onda divide” (Parallelo45 Edizioni, Piacenza 2022) e “Quel che abisso tace”, narra ai lettori il dramma degli emigrati italiani nel Regno Unito, dopo la dichiarazione di Mussolini alla Gran Bretagna, e in particolare l’affondamento dell’Arandora Star, avvenuto il 2 luglio 1940, al largo delle coste irlandesi. In questa tragedia morirono da innocenti 446 nostri connazionali internati civili che, purtroppo, a distanza 85 anni, non sono ancora menzionati sui libri di storia. Attualmente c'è in Parlamento una proposta di legge per istituire la Giornata Nazionale in memoria delle vittime dell'Arandora Star. Il suo romanzo storico più recente è "Anna che custodì il giovane mago (Parallelo45 Edizioni, Piacenza 2024), di ambientazione rinascimentale, con la marchesa del Monferrato Anna d'Alençon.Valois come protagonista. A fine 2025, sempre per i tipi di Parallelo45 Edizioni, ha anche pubblicato un libro per bambini intitolato "Pangur Bán e il mistero della maggiorana scomparsa" ispirato a Pangur Bán, il gatto medioevale più famoso d'Irlanda. Ha frequentato il corso di Erboristeria presso la Facoltà di Farmacia di Urbino, conseguendo la massima votazione e la lode. È anche soprano lirico, con un diploma di compimento in Conservatorio. Ama dipingere, ha una vasta collezione di giochi di società e un’altrettanto vasta cineteca. È appassionata di vecchi film di Hollywood, quelli che si giravano tra gli Anni Trenta e gli Anni Sessanta del secolo scorso. Tra i registi di allora, adora Hawks, Leisen e Capra. Mette sempre la famiglia al primo posto, moglie di Paolo dal 1994 e madre di Maria Eloisa. E trascorre ogni giornata in compagnia di 4 gatti.
Logo Radio